80 milioni di poveri nella ricca Europa

scritto da Redazione il 10 March 2010 in 1 - Soglie di Povertà and Approfondimenti con commenta

La povertà è un problema globale che affligge soprattutto alcune regioni mondiali, ma è presente anche nella benestante Europa, patria dello Stato sociale, in dimensioni che le statistiche mostrano essere non certo irrilevanti. Nell’Unione Europea (UE) almeno 80 milioni di persone, cioè più o meno il 17% della popolazione complessiva, vivono al di sotto della cosiddetta “soglia di povertà”, stabilita convenzionalmente al 60% del reddito medio nazionale; 19 milioni sono bambini e ragazzi e quasi altrettanti sono anziani; un cittadino europeo su 10 vive in famiglie dove nessuno lavora e anche il lavoro non è garanzia di benessere, dal momento che almeno l’8% dei lavoratori si trova in condizioni di povertà (ma la percentuale sale al 10% in Paesi come Italia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi e addirittura al 20% n Bulgaria, Lettonia e Romania). Una situazione finora limitata dall’esistenza dei sistemi di protezione sociale, più o meno solidi ed efficaci ma comunque presenti in tutti i Paesi dell’UE: si stima che le varie forme di trasferimenti sociali (pensioni, sussidi ecc.) riducano mediamente il rischio di povertà del 38% nell’UE, il che significa che senza questa rete di protezione sociale la percentuale di popolazione povera salirebbe enormemente, passando dal 16% stimato al 26%: addirittura una persona su quattro sarebbe così a rischio di povertà, un dato impressionante che dovrebbe far riflettere i molti fautori dei “tagli” alle spese sociali.

Il quadro è già di per sé allarmante, ma ciò che preoccupa di più è che molto probabilmente è sottostimato: l’analisi dei dati, pubblicata dall’Ufficio statistico europeo Eurostat nel gennaio di quest’anno, fa infatti riferimento a rilevazioni del 2008, quando cioè le ripercussioni sociali della crisi economica non si erano ancora manifestate compiutamente com’è invece accaduto nel corso del 2009 e in questo inizio di 2010. È dunque inevitabile prevedere dati peggiori nei prossimi mesi, considerando il costante aumento di chiusure e trasferimenti extra-UE di attività produttive e la conseguente crescita della disoccupazione: il numero di disoccupati ha ormai superato i 23 milioni nell’UE, mentre il tasso medio di disoccupazione è salito oltre il 10% (con punte attorno al 20% in Spagna e Lettonia), il più alto degli ultimi dieci anni, e addirittura al 21% tra i giovani, ma in almeno undici Paesi dell’UE il tasso di disoccupazione giovanile è al di sopra della media europea fino a raggiungere il 44,5% in Spagna.

Un rischio sempre più esteso
Nonostante questa preoccupante situazione, finora la gravità e l’estensione del problema povertà non sono state comprese realmente dai responsabili politici e dall’opinione generale. Quando si parla di povertà si pensa quasi sempre a casi estremi di esclusione e marginalità sociale, le si associa spesso il concetto di “vulnerabilità”, ma non tutte le persone socialmente escluse o vulnerabili sono povere mentre va compreso chiaramente che il rischio di trovarsi in condizioni di povertà è ormai ampiamente diffuso e non riguarda più solo casi estremi di esclusione sociale.
La flessibilità del lavoro senza adeguati ammortizzatori  sociali, cioè il concetto di “flessicurezza” tradotto nella realtà in molta flessibilità in uscita e sempre meno sicurezza del lavoro, insieme al crollo dell’occupazione registrato nell’ultimo anno stanno provocando rapidamente un forte aumento del numero di lavoratori-poveri e di senza- lavoro, con una generale precarietà lavorativa che diventa economica e che innestandosi su livelli di vita e bisogni di società a sviluppo avanzato estende ampiamente la fascia di popolazione a rischio di povertà relativa.
L’attuale crisi ha semplicemente aggravato la situazione, le cui basi sono però da ricercare nelle politiche messe in atto nell’ultimo decennio: «L’UE ha dato priorità al capitolo “crescita e occupazione” a qualsiasi costo, abbandonando di fatto uno dei pilastri alla base della Strategia di Lisbona che prevedeva lo sviluppo della protezione sociale e della coesione. La conseguenza è stata che in nome della competitività la qualità dell’occupazione ha subito un costante declino» osserva la Confederazione Europea dei Sindacati (CES) in un recente documento sulla povertà in Europa.
Tutto ciò è avvenuto già prima della crisi: l’aumento quantitativo di occupazione tra il 2005 e il 2007, con oltre 6,5 milioni di posti di lavoro creati nell’UE, è stato caratterizzato da un peggioramento qualitativo; nel decennio 1997-2007 il numero di lavoratori con contratti a termine è cresciuto di oltre 10 milioni; molti dei nuovi posti di lavoro creati era a tempo parziale e circa un quinto dei lavoratori ha accettato l’orario ridotto solo perché non riusciva a trovare un impiego a tempo pieno. Così, oggi oltre 31 milioni di lavoratori nell’UE vivono con salari insufficienti che li avvicinano alla soglia di povertà, mentre quasi 20 milioni di lavoratori si trovano già al di sotto di tale soglia e sono poveri pur lavorando.

Servono lavoro di qualità e protezione sociale
«La lotta contro la povertà deve includere necessariamente azioni sulla qualità dell’occupazione e dei salari» sostiene la CES, secondo cui combattere la povertà significa inoltre utilizzare bene i sistemi di protezione sociale e i servizi di interesse generale, «per garantire a tutti un reddito dignitoso, al di là della situazione sociale, professionale o personale di ognuno; per sviluppare servizi sociali e di cura accessibili a tutti». Secondo il Social Situation Report, pubblicato recentemente dalla Commissione Europea, ora anche i sistemi di protezione sociale faticano in molti Stati membri dell’UE a reggere l’impatto della crisi, con il risultato che molte persone escluse dal mercato del lavoro non riescono ad accedere ad alcuna copertura economica. Nel lungo termine, poi, le conseguenze della recessione dipenderanno dalla velocità della ripresa: se essa procederà lentamente si creerà una situazione di disoccupazione di lunga durata, con conseguente diffusione del rischio di esclusione e di «caduta in povertà» di ampi strati di popolazione. Le condizioni di povertà, oltre a limitare i diritti fondamentali e le opportunità di realizzare pienamente il potenziale di coloro che ne sono colpiti, comportano alti costi sociali e ostacolano una crescita economica sostenibile. Dunque la povertà rappresenta un serio problema per l’Europa sociale ma anche economica e soprattutto per il modello di valori su cui si basa la costruzione europea.

I cittadini europei chiedono interventi contro la povertà
La carenza o per lo meno l’inefficacia delle politiche attuate finora dall’UE e dai suoi Stati membri per contrastare la povertà e l’esclusione sociale è sottolineata anche dai cittadini europei. Secondo un sondaggio Eurobarometro condotto nel settembre 2009, infatti, il 73% dei cittadini europei ritiene che la povertà sia un fenomeno diffuso nel proprio Paese, mentre l’89% vorrebbe che il proprio governo affrontasse urgentemente questo problema.
Nella percezione degli intervistati, alti tassi di disoccupazione (52%) e salari inadeguati (49%) costituiscono le principali cause sociali della povertà, unitamente alle prestazioni sociali e alle pensioni insufficienti (29%) e al costo eccessivo di un alloggio dignitoso (26%). Tra le motivazioni “personali” che gli intervistati ritengono essere alla base della povertà vi sono invece la mancanza di istruzione, formazione o qualifiche (37%), la povertà “ereditata” (25%) e la dipendenza da alcol e droghe (23%). Oltre la metà dei cittadini europei (56%) ritiene che i disoccupati siano maggiormente esposti al rischio di povertà, mentre il 41% ritiene che gli anziani siano i più vulnerabili e il 31% cita le persone con basso livello di istruzione, formazione o qualifiche.
Quasi nove europei su dieci (87%) pensano che la povertà riduca le opportunità di ottenere un alloggio dignitoso, otto su dieci ritengono che essere poveri Limiti l’accesso all’istruzione superiore o all’istruzione degli adulti e il 74% pensa che essa pregiudichi le possibilità di trovare lavoro. La maggior parte dei cittadini europei (60%) è dell’avviso che la povertà pregiudichi la possibilità di accedere a un’istruzione scolastica di base e il 54% pensa che la capacità di mantenere una cerchia di amicizie e conoscenze sia limitata dalla povertà. Mediamente, quasi il 90% degli europei afferma che il proprio governo dovrebbe adottare misure urgenti per affrontare la povertà, mentre la maggioranza degli intervistati ritiene che la responsabilità di combattere la povertà spetti ai governi nazionali e solo in parte all’UE: il 28% considera il ruolo dell’UE in tal senso “molto importante” e il 46% “alquanto importante”. In generale, dunque, gli europei sono estremamente insoddisfatti del modo in cui si affronta il problema.

Occasione da non perdere
Data la situazione generale fin qui descritta, nonché le crescenti preoccupazione e delusione dei cittadini, sarebbe grave perdere l’occasione fornita dall’Anno europeo 2010, dedicato appunto alla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, per introdurre nuove politiche e pratiche finalmente efficaci. Il fatto stesso che l’UE abbia scelto la lotta alla povertà e all’esclusione sociale come tema centrale dell’Anno 2010 sembra mostrare la consapevolezza che si tratta di un problema da analizzare in modo serio e approfondito per cercare di risolverlo concretamente.
Gli Stati membri dell’UE si sono detti concordi sulla necessità di creare nell’Anno europeo 2010 una strategia coordinata di lotta alla povertà che garantisca sussidi adeguati, accesso a servizi di qualità e mercati del lavoro inclusivi, cioè quell’inclusione attiva di cui molto si parla ma che fatica ad essere tradotta nella pratica. L’eradicazione della povertà e dell’esclusione sociale, che tra l’altro costituisce uno degli obiettivi della Strategia europea per la crescita e l’occupazione, è la priorità dell’Anno europeo che rappresenta veramente un’occasione storica per un concreto ed efficace impegno politico contro la povertà, anche perché è un anno che si apre con istituzioni europee rinnovate (nuovi Parlamento e Commissione), con un nuovo Trattato di riforma dell’UE e con una nuova Strategia decennale che indicherà gli obiettivi economici e sociali da raggiungere entro il 2020.
Si attendono dunque in questo 2010 meno retorica e più azioni efficaci dall’UE e dai governi dei suoi Stati membri. Anche perché dai risultati concreti che si otterranno nella lotta alla povertà e all’esclusione e nella salvaguardia di un dignitoso modello sociale europeo, che garantisca i diritti fondamentali di cittadinanza, dipenderanno la credibilità e la sostenibilità dell’intero processo di costruzione europea.

 

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