Campagna contro la fame: assumiamoci le nostre responsabilità

scritto da Redazione il 18 November 2014 in 12 - Cibo per tutti and Opinioni e commenti con commenta

Opinione Perini 12Per chi suona la campana? Questa volta è suonata per noi, il primo mondo, che un giorno si è svegliato e ha trovato la dispensa vuota. Ma siamo scivolati giù in Africa nell’emisfero Sud del mondo? Là sappiamo che c’è da sempre la fame e che la gente vive con poco niente!

Proprio nei giorni in cui a Torino si svolgeva Terra Madre, abbiamo parlato con alcuni contadini e contadine maliani che hanno portato qui i loro prodotti. Ci dicevano con molta determinazione e convinzione che la sussistenza del pianeta è legata non solo al ritorno all’agricoltura, ma anche all’agricoltura artigianale, familiare, di comunità.

Non è certo la prima volta che si affronta questo problema. Anni addietro si legava la soluzione del cibo per tutti alla riforma agraria che soprattutto nei Paesi del Sud del mondo, dove imperano i latifondismi e le grandi estensioni di terra incolta, non è mai riuscita a decollare. Governi e governanti troppo deboli di fronte al potere dei possessori di immense distese di terre, da cui villaggi interi venivano buttati fuori, senza alcun diritto, pur “possedendo” e lavorando quelle terre da generazioni immemorabili. Mi ricordo di una fotografia scattata nel nord del Brasile, dove un villaggio era stato raso al suolo dalle ruspe e dove la gente raccoglieva i rimasugli delle proprie capanne, scoprendo nel fotogramma seguente che si stavano ricostruendo il villaggio su un immondezzaio, perché lì più nessuno avrebbe allungato le mani.

Produzione agricola e diritti umani

Il primo problema, ma anche il primo passo è dunque la terra e la produzione di cibo. Eppure proprio i Paesi che hanno più possibilità di coltivazione stanno sempre facendo scelte discutibili, adibendo appezzamenti enormi di terreno alla coltivazione di biocarburanti e sottraendoli così alla produzione di cibo, oppure usando semi transgenici per moltiplicare, senza conoscerne le conseguenze, le quantità di raccolto.

Secondo un Rapporto di Oxfam (una delle più grandi organizzazioni internazionali specializzata in aiuti umanitari, con una sede anche in Italia) dal 2001 sono stati venduti o affittati circa 227 milioni di ettari di terra, un’area grande quanto l’Est Europa, a investitori internazionali e molte volte l’espropriazione avviene con gravi violazioni dei diritti umani, come gli sfratti forzati di migliaia di persone dalle loro case e la distruzione dei loro raccolti. Eppure non siamo nel “far west” e nemmeno nei secoli passati!

«La crescente domanda di cibo dovrà essere affrontata con le risorse naturali attuali: risorse che sono già sotto pressione per colpa del cambiamento climatico, dell’inquinamento delle acque, della deforestazione e della coltivazione di prodotti non alimentari».

 

Urge un cambio di mentalità

Ma c’è una seconda emergenza che va affrontata, ed è l’acqua o meglio la sua scarsità. Le coltivazioni (oltre naturalmente le persone) hanno bisogno di acqua per crescere e maturare e si calcola che già nel 2000, circa 500 milioni di persone vivessero in Paesi in cui la scarsità o la mancanza di acqua erano cronici.

Tutti ricordiamo le polemiche e le dimostrazioni sulla gratuità dell’acqua considerata bene comune e quindi non privatizzabile, che anche in Italia si sono tenute, con maggiori sconfitte che vittorie. Eppure sembra così “naturale” comprare l’acqua, complice la pubblicità e gli interessi di gruppo.

Dovrebbe risultare chiaro che qui si tratta davvero, nel senso più concreto e materiale, del nostro futuro, della possibilità di sopravvivenza, del rispetto della terra e della sua cura, ma si tratta anche di un urgente cambio di mentalità che comincia con l’interessamento di tutti noi e delle nostre comunità cristiane a questi problemi mondiali.

 

Cosa fare?

Per intanto si può cominciare a verificare i nostri stili di vita, l’uso dei nostri soldi (non solo per cosa li spendiamo, ma anche a chi in definitiva li diamo quando facciamo la spesa), la qualità e la quantità dei nostri consumi, privilegiando la nascita e lo sviluppo dei piccoli produttori locali che coltivano in modo rispettoso ed etico i loro prodotti; diffondere la pratica degli orti solidali, scegliere i cibi legati alla produzione stagionale, controllare il consumo dell’acqua e non sottrarci alla responsabilità di far sentire la nostra voce.

 

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