Caritas Europa: non è così che si riduce la povertà

scritto da Enrico Panero il 20 December 2012 in 9 - In relazione and Approfondimenti con commenta

Nel 2010 l’Unione Europea lanciò una strategia decennale per una crescita economica «intelligente, sostenibile e solidale», al fine di aiutare i suoi Stati membri a uscire dalla crisi conseguendo «elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale ». Denominata Europa 2020, questa strategia ha stabilito anche cinque ambiziosi obiettivi da raggiungere entro il 2020 in materia di occupazione, innovazione, ambiente, istruzione e integrazione sociale.  Quest’ultimo obiettivo, in particolare, stabilisce la riduzione di almeno 20 milioni del numero di persone a rischio o in situazione di povertà ed emarginazione nei Paesi dell’UE. Ogni Stato membro ha quindi adottato per ognuno dei cinque settori degli obiettivi nazionali e dei Piani per riuscire a raggiungerli, così che la combinazione delle azioni ai livelli nazionali e di quella a livello europeo possano consolidare la strategia.
Ebbene, dopo due anni i risultati non sono assolutamente soddisfacenti e continuando come si è fatto finora l’obiettivo 2020 sarà raggiunto solo al 60%, dal momento che si prevede l’uscita da situazioni di povertà ed esclusione sociale di circa 12 milioni di persone anziché di 20 milioni; se poi si intensificasse la lotta alla povertà infantile e si intervenisse per ridurre la disoccupazione di lunga durata, allora i 12 milioni potrebbero salire a 15 milioni, ma si resterebbe al di sotto di almeno 5 milioni rispetto all’obiettivo 2020. Le statistiche europee dimostrano infatti che in tutti i Paesi dell’UE (tranne la Repubblica Ceca) almeno il 15% della popolazione è a rischio di povertà o di esclusione sociale, mentre in alcuni Paesi tale percentuale supera addirittura il 25% (Grecia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Portogallo e Romania).
«Ma le statistiche e le cifre fornite dall’UE non riflettono la situazione attuale e le tendenze più recenti, perché i dati europei più aggiornati riguardano il 2010. In realtà, i tagli di bilancio e le riforme strutturali adottate nella maggior parte dei Paesi dell’UE hanno causato una riduzione dei servizi di Welfare o restrizioni al loro accesso, cosa che sta spingendo un numero crescente di persone ai margini del sistema» osserva la Caritas Europa che, come già nel 2011, anche nel 2012 con il Rapporto Missing the train for inclusive growth, pubblicato in ottobre, ha svolto un’analisi critica dell’applicazione della strategia Europa 2020. Caritas Europa intende così presentare una valutazione dal punto di vista di coloro che lavorano in organizzazioni che aiutano le persone in povertà o in situazione di vulnerabilità, cercando di dare voce alle molte persone povere e vulnerabili che vivono nelle nostre società e alle organizzazioni che lavorano con loro.
«In generale – sostiene Caritas Europa – non vi è stato alcun progresso tra il 2009 e il 2010 in termini di riduzione della povertà. Al contrario: il tasso medio di povertà e di esclusione nell’UE è aumentato, così come i tassi nazionali che sono aumentati in tutti i Paesi tranne Svezia, Austria, Lussemburgo, Estonia, Romania e Bulgaria. Questa situazione è preoccupante, perché mette in discussione la credibilità degli obiettivi di Europa 2020 e l’impegno dei governi nazionali e dell’Unione Europea in questa materia». Uno dei problemi, sottolinea Caritas Europa sulla base di quanto rilevato dalle Caritas presenti in 23 Paesi europei, è che per quanto concerne gli obiettivi sulla riduzione della povertà e dell’esclusione sociale non è stata posta la stessa attenzione ed effettuato lo stesso monitoraggio di quanto fatto invece in campo economico-finanziario e fiscale. Inoltre, la crisi finanziaria ed economica ha sicuramente peggiorato la situazione di coloro che tradizionalmente erano già maggiormente vulnerabili, cioè soprattutto le persone con basse qualifiche professionali, i migranti, i minori, i giovani e le famiglie numerose. Così, negli ultimi anni molte Caritas europee hanno constatato una crescente domanda di aiuto da parte di lavoratori poveri, migranti, giovani, nella maggior parte dei casi persone che non sono ammesse ai servizi di assistenza pubblica anche in conseguenza dei programmi di austerità adottati dai governi nazionali. Le riduzioni dei tassi di povertà e di esclusione sociale sono strettamente correlate ai livelli di protezione sociale e all’efficacia dei trasferimenti sociali, osserva Caritas Europa secondo cui «un adeguato sistema di protezione sociale e interventi specifici per i gruppi di popolazione più vulnerabili.

Affrontare subito la povertà infantile e giovanile
Innanzitutto vanno salvaguardati dalle condizioni di povertà ed esclusione sociale i minori, osserva Caritas Europa segnalando come da tutte le Caritas nazionali giunga l’allarme che il rischio di essere colpiti dalla povertà è più elevato per i minori che per gli adulti. La povertà infantile è comunemente riconosciuta come un problema multidimensionale che richiede interventi urgenti nei settori sociale, economico, sanitario, ambientale e culturale. Crescere in povertà, sottolinea infatti Caritas Europa, può influenzare lo sviluppo di un bambino causando gravi conseguenze a lungo termine: frenare i bambini nel raggiungere il loro pieno potenziale; alterare la loro salute; inibire il loro sviluppo personale, la loro formazione e il loro benessere generale; aumentare le probabilità di essere poveri in età adulta.
La povertà infantile è quindi una delle maggiori preoccupazioni per la maggior parte delle Caritas europee perché obbliga i bambini a sperimentare condizioni sproporzionate di privazione. I tassi di povertà infantile sono stati persistentemente elevati negli ultimi anni nell’UE superando il 20% nel 2010, mentre in alcuni Paesi negli ultimi tre anni sono aumentati andando oltre il 25% (Spagna, Lettonia, Belgio e Romania). Quattro dei sei Stati membri dell’UE con il più alto tasso di povertà tra i giovani (16-24 anni) sono anche tra i sei Paesi europei con i più alti livelli di povertà infantile. Dato che tre di questi quattro Paesi stanno anche facendo registrare i più alti tassi di disoccupazione giovanile, Caritas Europa sottolinea «il rischio enorme che i bambini continuino a vivere in condizioni di povertà quando entrano nell’età adulta».
In generale, l’impatto della mancanza di un lavoro sicuro e ben retribuito è molto più forte in termini di rischio di povertà per le famiglie con bambini, così come incide la carenza di servizi per l’infanzia adeguati e accessibili o di strutture di assistenza per gli altri familiari a carico, condizioni che non permettono di ottimizzare le opportunità di lavoro e formazione. Anche un alloggio inadeguato incide sulla trasmissione intergenerazionale della povertà.
Le famiglie, osserva Caritas Europa, svolgono un ruolo chiave nel promuovere l’inclusione sociale perché una sana vita familiare offre ai bambini l’opportunità di instaurare e mantenere un rapporto appagante con genitori e familiari, cosa che contribuisce a fornire loro capacità di recupero di fronte a vari problemi sociali. Allo stesso modo, una famiglia disfunzionale può essere il punto di partenza di un processo di esclusione sociale. Se dunque sono importanti le politiche familiari che promuovano le opportunità di occupazione per i genitori e prevedono la conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, Caritas Europa ricorda come siano altrettanto importanti le prestazioni a sostegno del reddito familiare. Caritas Europa chiede quindi l’adozione di uno specifico approccio multi-dimensionale per contrastare la povertà infantile, che dovrebbe seguire i tre pilastri dell’accesso a risorse adeguate, accesso alla qualità dei servizi e opportunità per la partecipazione dei minori in tutte le questioni che li riguardano. Lo stesso vale per i giovani, dal momento che nella maggior parte dei Paesi dell’UE (tranne Belgio, Lussemburgo e Bulgaria) il tasso di persone tra i 18 e i 24 anni d’età a rischio di povertà e di esclusione sociale è aumentato nell’ultimo anno, superando la media del 21%. Tale aumento della povertà giovanile è concentrato tra i giovani non-studenti, nelle famiglie numerose o monoparentali e tra gli immigrati. I giovani che hanno perso il lavoro (e che non hanno diritto a prestazioni sociali in quanto assunti con contratti “atipici”) spesso tornano a vivere con i genitori e il rischio di povertà aumenta soprattutto durante il loro primo anno di vita indipendente. Così come per la povertà infantile, quindi, servono anche misure specifiche per contrastare la povertà giovanile, osserva Caritas Europa, perché se i bambini e i giovani non sono supportati subito i costi sociali ed economici da sostenere quando saranno adulti saranno notevolmente più elevati.

Lavoratori poveri e reddito minimo
Per quanto riguarda gli adulti, invece, anche se la crescita dell’occupazione costituisce il principale trampolino di lancio per prevenire o ridurre l’esclusione so-ciale, i dati dimostrano che un numero crescente di persone che lavorano è a rischio di povertà. Il tasso medio nell’UE di lavoratori poveri è stato dell’8,5% nel 2010, raggiungendo però il 17,3% in Romania, il 15,5% in Polonia, il 13,8% in Grecia, il 12,3% in Lituania e il 12,7% in Spagna; inoltre, il rischio di povertà tra le persone che lavorano è sempre stato elevato negli ultimi cinque anni ed è aumentato in molti Paesi in seguito alla crisi e alla segmentazione dei mercati del lavoro.
Le cause della povertà nel lavoro sono collegate a diversi fattori quali il livello dei salari, la composizione della famiglia, il grado di istruzione e le competenze professionali. Pertanto, sostiene Caritas Europa, le politiche attive del mercato del lavoro destinate a persone a rischio di povertà o di esclusione devono essere accompagnate da un supporto alla qualità dei servizi, perché «l’occupazione non può più essere considerata come un efficiente e sufficiente rimedio contro la povertà». Secondo vari sondaggi, avere un lavoro per meno di un anno intero, essere impiegato a tempo parziale o con contratti di lavoro temporanei può aumentare significativamente il rischio di povertà dei lavoratori, rischio che è tre volte superiore tra i lavoratori autonomi rispetto ai lavoratori dipendenti.
Nonostante il dichiarato impegno dell’UE a ridurre la precarietà e la povertà nel lavoro e sostenere salari dignitosi, «nella maggior parte dei Piani nazionali la qualità dei posti di lavoro non è stata presa in considerazione» osserva Caritas Europa, mentre invece l’occupazione deve essere collegata a un’equa remunerazione del lavoro, «perché anche in caso di lavoro a tempo pieno, la retribuzione oraria può essere insufficiente a garantire una vita dignitosa per il lavoratore e la sua famiglia. Inoltre, alcune politiche che avrebbero dovuto combattere la povertà potrebbero aver avuto l’effetto contrario, aggravando certe situazioni: una situazione paradossale di un aumento sproporzionato del numero di lavoratori poveri è stata osservata in Paesi che hanno creato più occupazione, questo per la scarsa qualità dei nuovi posti di lavoro (part-time, temporanei, sottopagati).
Inoltre, la mancanza di sistemi di reddito minimo in alcuni Paesi o il basso livello delle prestazioni sociali sta alimentando l’aumento della povertà tra le persone che lavorano ufficialmente o nel cosiddetto “sommerso”. Caritas Europa sostiene quindi la necessità di un reddito minimo di base, al fine di «garantire le risorse finanziarie perché le persone vivano almeno in condizioni di dignità ». Le Caritas nazionali riferiscono invece di restrizioni sempre più severe per l’accesso a prestazioni di reddito minimo dove queste esistono, una diminuzione delle prestazioni stesse e un aumento di condizioni punitive con pressioni sui gruppi vulnerabili, minacciati di sanzioni e tagli dei benefici senza però un’offerta reale di accesso al mercato del lavoro. È segnalato anche un aumento delle persone che non accedono alle prestazioni di reddito minimo nonostante ne abbiano diritto, questo per scarsa conoscenza, poca fiducia nelle istituzioni, complessità delle procedure ma anche per la vergogna di chiedere aiuto. «Regimi di reddito minimo devono essere compresi nei Piani nazionali come utile strumento di lotta alla povertà» sostiene Caritas Europa, secondo cui «il reddito minimo è un diritto fondamentale, un diritto umano che dovrebbe essere esteso a tutti i Paesi per impedire alle persone di vivere in condizioni di povertà grave».

 

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