L’impatto della crisi: all’Italia servono fiducia e nuove pratiche

scritto da Tiziana Ciampolini il 2 June 2013 in 10 - Cerchiamo dimore and Editoriali and Opinioni e commenti con commenta

The impact of the european crisis. A special focus on Greece, Ireland, Italy, Portugal and Spain: questo il titolo di un Report pubblicato recentemente da Caritas Europa che mette sotto i riflettori il nostro Paese, insieme ad altri quattro in affanno a causa della crisi e delle politiche restrittive. L’austerità è la risposta ufficiale dei governi europei alla crisi economica, che si declina in tagli per i servizi essenziali che tranciano di netto salute, lavoro, educazione, cultura, disegnando una nuova mappa degli esclusi: adulti tra i 40-50 anni per i quali l’occupazione non si trova più, dopo una vita di lavoro regolare; giovani adulti che perdono il diritto a progettare il futuro perché hanno un contratto occasionale; piccoli imprenditori che devono fronteggiare bancarotta, fallimenti, indebitamenti, scivolamenti nel credito illegale; immigrati che dopo anni di autonomia tornano in Caritas per chiedere aiuto o vengono risucchiati nel lavoro “nero”; anziani che si fanno carico di figli e nipoti disoccupati, attingendo ai propri risparmi, vendendo l’abitazione di proprietà.

Caritas Europa raccomanda all’Italia di emanare una misura universalistica di contrasto alla povertà, di ripensare il proprio sistema di Welfare orientandolo alla famiglia come soggetto esposto ai rischi dell’esclusione ma anche come agente di inclusione, di realizzare politiche integrate per i bambini e i giovani, aprendo così varchi verso il futuro, di rinnovare il proprio impegno nelle aree più povere e marginali del Paese. Semprela Caritaseuropea suggerisce alle nostre Caritas di:

• Sviluppare interventi che reinventino l’assistenza primaria, sostenere progetti di counselling finanziario e microprestiti, supportare le famiglie, sviluppare forme di assistenza legale, investire in nuove forme dell’abitare, migliorare i servizi di cura e di accompagnamento, incentivare economie sociali e civili, incrementare iniziative formative verso giovani e adulti.

• Svolgere un’azione di lobbing, advocacy e di sviluppo locale, lavorando cioè per il cambiamento sociale, a favore di un nuovo modello di sviluppo in grado di tagliare via non i diritti fondamentali, bensì la povertà.

• Influenzare i processi di decision making, modificando l’approccio istituzionale di risposta alla crisi nella quale i più vulnerabili stanno pagando il prezzo maggiore.

 

Alla ricerca di nuove pratiche

Influenzare, per noi dell’Osservatorio, significa installare nuove pratiche basate sulla capacità di rilevare problemi, sulla competenza nelle risposte ai nuovi bisogni, sul pensiero creativo e connettivo, sulla capacità organizzativa.

Questo numero di “puntidivista” parla delle persone senza dimora – in aumento in Europa, in Italia, nella nostra regione e nelle nostre città – perché ci sia chiaro il primo esito, tangibile, della crisi: la condizione di senza dimora è sempre più diffusa per l’aumento dei costi delle abitazioni, della disoccupazione, l’accumulo dei fattori di vulnerabilità. La crisi è stata identificata come fattore chiave dell’incremento dei senzatetto in Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Spagna e anche nel Regno Unito. In Grecia è aumentata del 25% la popolazione dei senza casa, in Portogallo e Spagna si è registrato un aumento di quasi il 30% della domanda di servizi per persone senza dimora. Paolo Pezzana, fino a poche settimane fa presidente della Federazione Italiana degli Organismi per le persone senza dimora (fio.PSD), propone di rompere i luoghi comuni e di non chiamare più “barboni” coloro che vivono in strada. I nuovi senza dimora siamo noi. Sono quelli di noi rimasti senza casa, senza lavoro, senza reti familiari, senza speranza, noi che perdiamo nostra dignità, noi che vogliamo solo una casa e un lavoro per continuare la costruzione del futuro. Pierluigi Dovis invita a riflettere sui processi di categorizzazione che finora abbiamo utilizzato – sulle nostre letture del mondo che procedono attraverso il principio di separazione – chiedendoci di misurarli in termini di efficacia rispetto alla loro possibilità di aiutarci davvero a comprendere la realtà.

I nuovi fenomeni di impoverimento, che lasciano i cittadini senza gli strumenti essenziali per vivere, mettono in luce la presenza di una forza centrifuga che espelle, senza regole, le persone dal sistema, violando le categorie a cui siamo sempre stati abituati, aumentando a dismisura il numero di persone che non ce la fanno a “stare dentro”. Pare d’essere su una giostra mostruosa: negli anni Ottanta era diffuso nei luna park il tagadà, un ingranaggio che roteava, si inclinava, ondulava in modo repentino facendo sobbalzare i passeggeri; il tagadà targato XXI secolo fa sul serio e i passeggeri li sbatte giù davvero, selezionando coloro che sono capaci di resistere alle oscillazioni, come una nuova legge della giungla.

E quelli che non vengono sbattuti via – i più forti – dove ogni riferimento e finiamo per rimanere senza tutto. Noi che abbiamo capacità di socializzare e di lavorare ma che non ne abbiamo la possibilità. A noi che le mense e i dormitori non piacciono perché lesivi della politiche sono, si chiede don Giovanni Perini? Dove stanno guardando tutti quelli che una casa e un lavoro li hanno ancora? In cosa sono occupati coloro che sono gonfi di privilegi e di possibilità? Cosa stanno facendo quelli che hanno la responsabilità di far rispettare le leggi e di declinarle in politiche e in interventi sensati ed efficaci?

 

Riscoprire la fiducia

L’arcivescovo di Torino, Mons. Cesare Nosiglia, con tenacia chiede alle nostre istituzioni e alla nostra Chiesa di tornare a pensare e a fare insieme, partendo dai più poveri, e lancia la proposta di una Agorà in cui riscoprire il riconoscimento reciproco, il ritessere legami, il cooperare verso nuovi obiettivi. Citandola Caritasin Veritate, propone di immettere “nuovi capitali” nelle nostre imprese collettive.

Di quali capitali abbiamo bisogno per rispondere con un sì a questo appello? Di quale moneta abbiamo necessità per moltiplicare le nostre relazioni? È forse la fiducia la valuta di scambio, quella che potrebbe fluidificare le relazioni, facilitando il rapporto tra persone, imprese e Stati, divenendo l’anello di congiunzione per rischiare insieme e fare quel passo che da soli non si potrebbe fare?

Sappiamo che economisti e sociologi sostengono che la crisi italiana è legata alla credibilità del nostro Paese, perché è venuto meno il rapporto fiduciario tra lo Stato e i mercati che non riescono più a scommettere sulla capacità della nostra classe dirigente di produrre sviluppo. In realtà spazi per lo sviluppo ce ne sono ancora molti, in particolare per i nostri territori e per le nostre comunità: uno di questi è l’investimento nelle persone, nei luoghi, nelle comunità, attraverso la “coltivazione” di relazioni, emozioni, cultura, formazione come terreni per aumentare la qualità della vita permettendo all’energia creativa di esprimersi.

Il nostro impegno allora, per dare dimora a questo tempo, può passare attraverso la creazione di nuove competenze individuali e collettive, pratiche sociali ed economiche che investano in legami di fiducia personale, organizzativa, istituzionale, combinando capacità interne delle persone e condizioni socio-politiche. Per abitare, con profitto reciproco, la terra che ci è stata consegnata.

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