Dati che demoliscono pregiudizi

scritto da Paolo Pezzana il 2 June 2013 in 10 - Cerchiamo dimore and Opinioni e commenti con commenta

Anzitutto va costatato che le persone senza dimora non sono poche: in Italia è senza dimora lo 0,2% dell’intera popolazione residente, ed è un dato che è in linea con quello che accade nei principali Paesi sviluppati. Non si tratta di un fenomeno di nicchia, né di una conseguenza di particolari assetti sociali. Questo 0,2% è la punta di un iceberg, sotto la quale sta una platea di soggetti emarginati e a rischio sempre crescente di emarginazione che si sta estendendo talmente da toccare direttamente ciascuno di noi, in persona o comunque nelle proprie reti di prossimità. Essere senza dimora non è dunque una scelta di alcuni o una opzione bohémienne di pochi romantici, ma un rischio connaturato all’attuale assetto sociale ed economico, che sembra potersi riprodurre solo producendo emarginazione.

• Un secondo elemento da sottolineare è che la geografia dell’homelessness è varia: non è più un fenomeno solo metropolitano né una caratteristica tipica delle aree più affluenti e servite del Paese. Certo, realtà come Milano e Roma continuano a giocare una grossa parte nelle rappresentazioni territoriali del fenomeno, ed è normale che dove si offrono servizi si concentrino le persone; tutto questo però non accade più solo in alcune aree del Paese, ma sta dilagando, lentamente ma inesorabilmente, anche in Provincia.

• Un terzo stereotipo che i dati mettono fortemente in discussione è di tipo fisico: il senza dimora non è “il barbone”. I dati dicono chiaramente che la popolazione senza dimora è relativamente giovane, in grado di socializzare adeguatamente, equilibrata tra italiani e stranieri, con una durata media in stato di grave emarginazione non lunghissima e con capacità lavorative ancora significative. Ciò significa che la maggior parte degli homeless che vivono in Italia sono probabilmente “invisibili”, nel senso che vivono durante il giorno, quando non si trovano in un servizio dedicato, in “normali” contesti urbani, mischiati con le “normali” popolazioni locali. Certamente esistono profili più simili a quelli del “barbone” di comune memoria, e spesso si tratta di persone italiane, da lungo tempo in strada, con stato di salute molto precario e scarsa educazione; si tratta però di una piccola quota dell’universo considerato, e modellare su di loro la rappresentazione dell’intero fenomeno è certamente sbagliato, fuorviante e persino colpevole, perché troppo comodo per costruire un alibi inesistente a chi volesse poter dire “io sono diverso da loro”: nessuno di noi è diverso da un homeless e tutto corriamo gli stessi rischi.

• Un quarto elemento che va sottolineato è una triste conferma di quanto la mancanza di un’educazione adeguata, di una socializzazione familiare equilibrata e di una infanzia vissuta in modo sereno e accogliente incidano sui percorsi di vita delle persone e sul loro futuro. Certamente la mancanza di titoli di studio adeguati e la presenza nella propria biografia di rotture familiari precoci, violenze, istituzionalizzazioni minorili è un fattore che espone alla grave emarginazione più di altri. Prevenire l’homelessness è dunque difficile ma non impossibile ed è un’ attività che comincia sin da piccoli, interrompendo il perverso circuito della povertà minorile.

• Un ulteriore elemento di pregiudizio, diffuso purtroppo anche fra molti operatori, è che le persone senza dimora, senza un adeguato percorso rieducativo, non siano in grado di condurre nuovamente da subito una “vita normale”, mantenendo una casa, un lavoro e delle relazioni in autonomia. I dati dicono chiaramente che questa difficoltà, se generalizzata come percezione riferita a tutta la popolazione senza dimora, è una menzogna gravissima. Potendo disporre ed esigere diritti fondamentali come casa, lavoro e accesso ai servizi di base, molte persone senza dimora, specie tra gli stranieri, non sarebbero tali ed avrebbero in sé tutte le risorse necessarie per riprendere un cammino di autonomia sostenibile.

• Particolarmente allarmanti a questo proposito sono i dati sugli anziani senza dimora che sono davvero troppi. Più l’età avanza più è dura pensare che le persone possano farcela da sole a ricostituirsi una dignitosa autonomia, e meno i servizi hanno strumenti per intervenire efficacemente. Tra le tendenze rivelate dai dati, nei 2000 over65 italiani senza dimora censiti sta sicuramente uno dei più preoccupanti campanelli di allarme sui quali intervenire.

• Anche sul fronte del lavoro i dati ci permettono di registrare elementi che contraddicono il frequente stereotipo del senza dimora “pigro” e “svogliato”. Sembra piuttosto di poter leggere nelle tendenze presentate che a mancare siano più le opportunità di lavoro che non la voglia o la capacità di lavorare. Pare di poter rilevare nella popolazione senza dimora una resilienza affatto particolare. È sorprendente apprendere dai dati che meno del 10% degli homeless chiede l’elemosina e che il 65% riesce oggi, in Italia, a sopravvivere senza risorse. In tempi di crisi economica e scandali morali come gli attuali, si sarebbe tentati di considerare questi senza dimora dei “maestri”, degli “esperti della crisi”, alla scuola dei quali dovremmo forse apprendere tutti qualcosa in più circa ciò che è essenziale alla sopravvivenza e ciò che è equo avere per condurre una vita dignitosa. Anche questo è forse uno stereotipo da ribaltare.

• Un’ultima sottolineatura riguarda i servizi cui le persone senza dimora dovrebbero poter accedere. Abbiamo già avuto modo di notare che il fabbisogno delle persone senza dimora, anche per i bisogni primari, è coperto in modo non superiore al 50%. Troppi di noi, operatori, comunicatori, policy makers, continuano a pensare che aprire nuove mense o nuovi dormitori possa essere una soluzione. Anche questo rischia di essere un pregiudizio. È fuori di dubbio che servano subito più posti letto (non forse più mense), ma avrebbe poco senso concentrare sulla formula del dormitorio di prima accoglienza gli sforzi e le risorse in modo esclusivo. È evidente infatti che, nella popolazione interessata, tali bisogni si presentano secondo modalità, gradazioni e intensità differenti e solo predisponendo risposte in grado di fronteggiare tale complessità si può pensare di contribuire alla soluzione del problema. Altrimenti si torna agli stereotipi del barbone e di colui che da solo non può farcela, alimentando in modo ancora più consistente la spirale della bassa soglia, che rischia di trasformarsi, da opportunità di emergenza, a “confino” permanente delle disgrazie da “separare” dal mondo dei normali.

Testo tratto dall’intervento svolto al Convegno di presentazione della ricerca nazionale su “Le persone senza dimora”, 9 ottobre 2012 Roma

Logo FiopsdFederazione italiana delle Persone Senza Dimora (Fiopsd) 

La fio.PSD – Federazione italiana degli organismi per le Persone Senza Dimora, è un’associazione costituitasi nel 1990 che persegue finalità di solidarietà sociale nell’ambito della grave emarginazione adulta e delle persone senza dimora.

Vi aderiscono attualmente oltre 500 servizi, enti e/o organismi appartenenti sia alla Pubblica amministrazione che al privato sociale, che si occupano di grave emarginazione adulta e di persone senza dimora.

La fio.PSD si pone alcuni obiettivi quali:

  • promuovere il coordinamento delle realtà pubbliche, private e di volontariato che operano in favore della grave emarginazione adulta e delle persone senza dimora sul territorio nazionale;
  • sollecitare l’attenzione al problema nei confronti di tutti gli interlocutori sociali, attivare momenti di studio, di confronto e di ricerca sociale, perseguendo l’obiettivo della maggiore comprensione del fenomeno e dell’elaborazione di metodologie e strategie di lotta all’esclusione sociale;
  • promuovere la diffusione delle buone prassi e delle acquisizioni metodologiche di intervento, attraverso l’organizzazione di seminari, convegni, iniziative di formazione e la redazione di una pubblicazione specifica e specializzata nel campo dell’emarginazione grave adulta.

Gli ambiti nei quali la fio.PSD è impegnata si possono ricondurre a tre aree:

  • la comprensione del fenomeno della grave emarginazione adulta;
  • lo studio e la promozione di strategie e metodologie di intervento per contrastare la grave emarginazione adulta;
  • la sensibilizzazione e la promozione dei diritti delle persone adulte gravemente emarginate.

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