Impresa sociale in Italia alcuni dati

scritto da Redazione il 16 June 2015 in 17 -Impresa sociale and Approfondimenti con commenta

COVER IRNUn fenomeno in crescita, che ha ormai raggiunto dimensioni rilevanti in quanto a impatto economico e occupazionale, servizi erogati, numero di utenti e che ha diimostrato un elevato grado di dinamicità sia prima che durante la crisi: è l’impresa sociale in Italia, dopo quasi un quarto di secolo dall’approvazione della normativa che ha riconosciuto la cooperazione sociale (L. 381/91), a dieci anni dall’approvazione della legge delega (n. 118/05) che ne ha istituito la qualifica, oggi nuovamente al centro dell’attenzione per l’iniziativa del governo di riforma del Terzo settore. Alcuni numeri rendono l’idea delle dimensioni del fenomeno: 12.570 cooperative sociali (costituite ai sensi della legge n. 381/91), con oltre mezzo milione di addetti, più di 42 mila volontari, circa 5 milioni di beneficiari e 10 miliardi di euro di valore di produzione; 774 imprese sociali riconosciute tali (costituite ai sensi della legge n.118/05 e iscritte alla sezione L del Registro imprese) più 574 altre imprese con la dicitura “impresa sociale” nella ragione sociale, per un totale di 29 mila addetti, 2700 volontari, 229 mila beneficiari e oltre 300 milioni di euro di valore di produzione. A questi numeri però, osserva la rete nazionale degli istituti di ricerca sull’impresa sociale Iris Network, che a fine 2014 ha pubblicato il suo terzo Rapporto L’Impresa Sociale in Italia. Identità e sviluppo in un quadro di riforma, va aggiunto il «potenziale di impresa sociale», cioè le oltre 82 mila organizzazioni non profit cosiddette “market oriented” perché ricavano la maggior parte delle loro risorse economiche da transazioni di mercato, con i loro 440 mila addetti e 1,6 milioni di volontari, e le circa 61 mila imprese di capitali operative in settori di attività sociale (previsti dalla legge n. 118/05) che danno lavoro a 446 mila addetti. Nel primo caso si tratta di un vasto bacino non profit che, se adeguatamente accompagnato, può fare impresa sociale; nel secondo caso di imprese che operano soprattutto in ambito sanitario e ricreativo e che potrebbero essere interessate a diventare imprese sociali, spiega il Rapporto Iris Network.

 


Definire l’impresa sociale

A seconda di cosa si intende per impresa sociale, dunque, il settore può dilatarsi sensibilmente assumendo dimensioni importanti sia sotto l’aspetto economico che dal punto di vista sociale. Il Rapporto Iris Network osserva come esistano sostanzialmente due approcci all’impresa sociale, non semplici da mixare: «Il primo è quello tipico della tradizione italiana ed europea secondo cui l’impresa sociale è un soggetto istituzionale con caratteristiche precise, senza scopo di lucro e impegnata solo in attività ritenute di interesse sociale o generale. Il secondo è quello della tradizione anglosassone, e in particolare statunitense, che non prevede limiti di nessun tipo o comunque limiti poco stringenti e lascia alla stessa impresa di autodefinirsi sociale, di individuare quale obiettivo perseguire e come, salvo dimostrare a posteriori, attraverso la “misurazione di impatto”, in cosa consiste il suo essere sociale».

Le imprese sociali in senso stretto, cioè le organizzazioni che hanno assunto uno statuto formale in base alla legge vigente iscrivendosi nell’apposita sezione del Registro imprese (o in procinto di farlo) sono ancora poche, meno di un migliaio; ma soprattutto, sottolinea il Rapporto Iris Network, «non sembrano aver raggiunto quella “massa critica” in termini strutturali, di performance e, in senso lato, di visibilità e legittimazione, per potersi qualificare come una popolazione organizzativa in grado di introdurre un nuovo paradigma del fare impresa accanto ai modelli dominanti dell’economia capitalistica e della stessa economia sociale».

Situazione diversa quella delle cooperative sociali, alle quali infatti la riforma in atto intende riconoscere automaticamente lo statuto di impresa sociale: queste imprese hanno reagito alla crisi non solo mantenendo ma addirittura potenziando l’attività, accrescendo il valore della produzione del 32,4%, incrementando l’occupazione (il costo del personale è aumentato del 35,6%) e accrescendo il capitale sociale passato dai 258 milioni di euro del 2008 ai 410 milioni del 2013. Dall’analisi della cooperazione sociale emerge che la capacità di reperire i mezzi finanziari per il potenziamento dell’attività migliora se sono rafforzate, e non se diluite, le caratteristiche distintive.
Ma soprattutto, sostiene il Rapporto Iris network, vanno superati i “confini” dell’impresa sociale conosciuta finora «per esplorare e misurare il potenziale di imprenditoria sociale»: si tratta di tutte quelle organizzazioni private, con o senza scopo di lucro, «per le quali sono rilevabili alcuni indicatori relativi alla socialità del loro operato e al carattere imprenditoriale della loro organizzazione». Non le imprese sociali cosiddette “ex lege” (cioè ai sensi della normativa vigente) o di fatto (cooperative sociali), ma invece quei soggetti che potrebbero esse incentivati ad assumere la forma di impresa sociale tra le oltre 80 mila organizzazioni non profit (associazioni, fondazioni, organizzazioni di volontariato, enti religiosi ecc.) accomunate dal fatto di ricavare oltre la metà delle risorse economiche attraverso scambi di mercato, sia nel settore pubblico che nel privato.

Il successo della riforma in atto, osserva il Rapporto, dipenderà infatti dalla «capacità di catalizzare il potenziale di impresa sociale rappresentato da organizzazioni già operative e anche da una nuova generazione di start-up costituite in termini espliciti o semplicemente ispirate a una “vocazione sociale”. Se questa operazione avrà successo allora l’impresa sociale, intesa come ecosistema composto da diversi modelli sostenuti da strutture di accompagnamento e risorse finanziarie dedicate, potrà assumere dimensioni tali da “impattare” in modo significativo su fattori macroeconomici e anche su dimensioni di well being che risultano più confacenti rispetto alle caratteristiche di queste imprese».

 


 

Gli obiettivi della riforma

L’impresa sociale dunque, sostiene il Rapporto Iris Network, «merita una regolazione normativa aggiornata e, a discendere da questa, un’agenda di politiche multilivello: dalla dimensione locale fino a quella sovranazionale – europea in particolare – da dove, soprattutto negli ultimi anni, sono venute indicazioni e risorse dedicate che riconoscono l’impresa sociale come investimento prioritario». Così è attualmente in discussione in Parlamento un Disegno di legge delega al governo per la riforma del Terzo settore, con cui l’esecutivo intende «trasformare il Terzo settore da espressione sociologica che gli studiosi utilizzano per racchiudere un insieme di elementi eterogenei e ispirati a normative differenti a soggetto giuridico cui l’istituzione riconosce un ruolo centrale in aspetti strategici per lo sviluppo del Paese». L’iniziativa del governo, spiegano gli autori del Rapporto, non intende solo regolare l’esistente, ma probabilmente anche mutare i connotati del settore, laddove si propone di «qualificare l’impresa sociale quale impresa privata a finalità d’interesse generale avente come proprio obiettivo primario il raggiungimento di impatti sociali positivi misurabili», riferimento che «apre un nuovo focus non solamente regolativo ma anche identitario». L’intento politico appare quindi di combinare un doppio profilo dell’impresa sociale: quello tradizionale di istituzione e quello emergente di risultato. «Un profilo, quest’ultimo, la cui definizione si alimenta in buona parte a una visione che riconosce nella produzione di valore sociale incorporato nei processi economici mainstream, e non delegata a iniziative residuali di responsabilità sociale, la via che il capitalismo deve percorrere per recuperare la legittimità perduta presso alcuni stakeholder chiave (i consumatori soprattutto)» si legge nel Rapporto Iris Network, secondo cui inoltre «la misurazione di impatto assume una posizione di primo piano anche per pilotare l’allocazione di risorse finanziarie dedicate (il cosiddetto “impact investing”), relegando sullo sfondo criteri legati agli assetti organizzativi». (Enrico Panero)

http://irisnetwork.it

 

Alcune tabelle

 

 

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