In relazione – glossario

scritto da Renato Cogno il 20 December 2012 in 9 - In relazione con commenta

Animazione: Il termine animazione nel suo significato etimologico vuol dire “dare anima”, “infondere spirito” ed esprime un movimento rivolto a qualcosa che si intende “vivificare”; è un processo che nutre e che dà vita. A partire da questo significato, si definisce animazione quel sistema di azioni in grado di alimentare il principio vitale dei legami che le persone stabiliscono tra loro nei propri contesti quotidiani. In questo senso, l’animazione è un processo continuo di promozione delle relazioni all’interno delle quali il singolo può “farsi prossimo” e, insieme agli altri, costruire una comunità più fraterna. La comunità è un elemento essenziale per contrastare le nuove forme di povertà, in quanto questa è la vera risorsa sia per quanti ne fanno parte e vivono una situazione di “stabilità”, sia per quanti attraversano una condizione di vulnerabilità. Essa svolge, seppure in modo invisibile, un’azione di protezione verso i suoi appartenenti grazie alle reti relazionali che consente e sostiene. (Fonte: Ferdinandi S., Quarant’anni di Caritas, Edizioni Dehoniane Bologna, 2011)

Bene relazionale: La categoria di “bene relazionale” è stata introdotta nel dibattito t e o r i c o quasi contemporaneamente da quattro autori, la filosofa Martha Nussbaum (1986), il sociologo Pierpaolo Donati (1986) e gli economisti Benedetto Gui (1987) e Carole Uhlaner (1989). Ogni autore ha una sua propria definizione di bene relazionale. Ciò che distingue l’approccio economico ai beni relazionali è chiamare beni quelle dimensioni delle relazionali che non possono essere né prodotte né consumate da un solo individuo, perché dipendono dalle modalità delle interazioni con gli altri e possono essere goduti solo se condivisi nella reciprocità. Un bene relazionale è caratterizzato da: identità (intesa come identità delle persone che entrano nella relazione in cui si costruisce il bene); reciprocità (in quanto godibili solo nella relazione i beni relazionali sono beni di reciprocità); simultaneità (nel caso dei beni relazionali sono simultanei produzione e consumo; entrambe queste azioni sono condivise da chi produce e chi consuma il bene, anche quando la relazione non è simmetrica); motivazioni (essenziali nella costruzione di una relazione non ispirata a fini strumentali); gratuità (il bene relazionale soddisfa un bisogno e in quanto tale ha un valore che però non equivale a un prezzo come accade per le merci). Un bene relazionale può, inoltre, essere definito il “fatto emergente” di una relazione, come elemento “eccedente” i contributi dei soggetti che entrano in relazione, quasi prodotto al di là delle loro intenzioni. (Luigino Bruni)

Capitale sociale: È un concetto complesso e multifattoriale, centrale nell’attuale dibattito socio-economico. Secondo una delle definizioni più accreditate (Coleman) esso è l’insieme delle relazioni di cui dispone l’individuo per raggiungere un determinato obiettivo. Si tratta di una proprietà flessibile che lega insieme le persone che desiderano raggiungere un obiettivo comune; esistono diversi livelli: c’è il capitale sociale del singolo individuo, di una struttura sociale, di una località intera. Gli elementi chiave di tale concetto sono tre. La “rete di relazioni”, in quanto non tutte le relazioni fanno parte del capitale sociale, ma solo quelle che hanno una certa utilità per la società. La “fiducia reciproca” tra individuo e ambiente, da questa, infatti, scaturisce l’azione congiunta per il raggiungimento dell’obbiettivo condiviso. Le “norme” formali, informali, in particolare quelle basate sulla reciprocità che comprendono le aspettative generalizzate di comportamenti

Discernere: Nel Metodo Caritas, l’azione del discernimento è conseguente alle azioni di ascolto e osservazione ed è finalizzata dall’azione animativa. Discernere vuol dire leggere, comprendere, distinguere e valutare; significa decidere, scegliere, saper ripensare se stessi e le proprie azioni alla luce di quanto emerge dalla realtà che incontriamo, significa accogliere responsabilità e competenze per rispondere alle problematiche sociali di oggi.

Esclusione sociale: Processo nel quale individui o gruppi sono relegati ai margini della società e impossibilitati a farne parte nonché a contribuire e a beneficiare del progresso economico e sociale. Ciò può implicare l’esclusione dai processi decisionali e di elaborazione delle politiche che hanno un impatto sulla loro vita e dall’accesso al mercato del lavoro, all’istruzione e formazione, ai servizi sociali, all’assistenza sanitaria e ai servizi abitativi. (Fonte: Ferdinandi S., Quarant’anni di Caritas, Edizioni Dehoniane Bologna, 2011)

Gruppi vulnerabili: Gruppi con un rischio di povertà ed esclusione sociale più elevato rispetto al resto della popolazione. Minoranze etniche, immigrati, disabili, senzatetto, tossicodipendenti, anziani e bambini isolati spesso si scontrano con difficoltà che potrebbero condurre a un’ulteriore esclusione sociale, come ad esempio bassi livelli di istruzione, disoccupazione o sottoccupazione.

 Inclusione sociale: Indica la capacità della società di garantire a tutti gli individui di raggiungere standard essenziali di vita la cui definizione è o dovrebbe essere frutto di un processo decisionale partecipativo ed equo. Si tratta di un concetto caratterizzato da una forte dimensione relazionale, in quanto fa riferimento all’assottigliamento delle disuguaglianze tra individui; è inoltre multidimensionale, in quanto considera i vari aspetti del benessere di una persona, a partire da quelle che sono le sue condizioni di vita.

Povertà assoluta: Determinata sulla base di un paniere di beni e servizi ritenuti indispensabili per una famiglia. Misura le condizioni di famiglie particolarmente povere. È un criterio utilizzato dalle Nazioni Unite e da altre agenzie internazionali. Presenta tuttavia alcuni problemi, quali la definizione dei bisogni minimi, il suo aggiornamento. Nella definizione fornita dalla Banca Mondiale per povertà assoluta si intende una condizione di vita così precaria da impedire di realizzare e sviluppare il pieno potenziale del patrimonio genetico presente alla nascita. La povertà può essere vinta riconoscendo e garantendo senza discriminazione alcuna i diritti universali espressi nella Dichiarazione del 1948. Il rapporto tra il numero di famiglie con spesa media mensile per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà e il totale delle famiglie residenti misura l’incidenza della povertà assoluta. Misurando invece quanto la spesa media delle famiglie definite povere è al di sotto della soglia di povertà si ottiene l’indicatore di intensità della povertà assoluta.

Povertà lavorativa (In-work poverty): È la condizione vissuta dalle persone che hanno un reddito e risorse insufficienti a mantenere uno standard di vita decoroso, nonostante siano occupate. La povertà lavorativa è principalmente conseguenza di lacune del mercato del lavoro, come le posizioni instabili, i salari bassi e il part-time involontario. Questi fattori possono essere inaspriti da situazioni in cui gli adulti che lavorano sono in numero esiguo rispetto alle dimensioni del nucleo familiare.

 Povertà relativa: La povertà relativa è misurata rispetto al tenore di vita di cui gode la maggior parte delle persone nella stessa area, e pertanto varia da una regione all’altra. L’Unione Europea utilizza una definizione relativa per misurare la povertà, ovvero considera la quota di persone con un reddito disponibile inferiore al 60% della mediana nazionale. Questa riflette la definizione di povertà adottata dal Consiglio Europeo, che considera povero un soggetto «le cui risorse sono insufficienti in misura tale da impedirgli un livello di vita considerato accettabile nella società in cui vive».

Privazione materiale: La privazione materiale è la situazione nella quale le persone sono private dei beni e dei servizi considerati necessari per una qualità della vita dignitosa nel Paese in cui vivono, ovvero si trovano in gravi ristrettezze economiche, non possono permettersi beni durevoli di base, vivono in condizioni abitative disagiate o non possono partecipare alla vita sociale (attività del tempo libero, vacanze). Le misurazioni della privazione materiale offrono una prospettiva della povertà complementare a quella fornita dalle tradizionali misurazioni del reddito.

Responsabilità: La responsabilità è un dovere umano tipico dei nostri tempi. Richiama l’insegnamento cristiano, ama il prossimo tuo come te stesso, e un po’ l’insegnamento di Immanuel Kant, considera sempre l’uomo non come mezzo ma come fine. La differenza è che noi dobbiamo riflettere non più in termini di “prossimo” o di singoli esseri umani, ma nei termini dell’impatto che hanno le conoscenze e le applicazioni della tecnica nello spazio, nonché nel tempo vicini a noi. Abbiamo la possibilità di conoscere in ogni istante quello che accade in ogni parte del mondo. Accade che siamo insensibili quando riteniamo che la nostra relativa ricchezza, la nostra relativa salute, la nostra relativa felicità, che è un buon livello rispetto all’insieme del mondo, sia solo un privilegio da conservare, non una risorsa da spendere nell’interesse degli altri. (Giovanni Berlinguer)

 Vulnerabilità sociale: Indica l’esposizione di singoli e di nuclei familiari al rischio povertà. Una “zona grigia” in cui si sperimenta, all’interno di un contesto di vita ordinario, una situazione problematica derivante dalla necessità di svolgere compiti sociali cruciali in mancanza di un set adeguato di risorse, capacità e relazioni d’aiuto. Secondo un’altra definizione, si tratta di esposizione a processi di disarticolazione sociale che mette a rischio l’organizzazione della vita quotidiana. Ciò che caratterizza la condizione di vulnerabilità è la possibilità di evolvere positivamente, recuperando le situazioni critiche, o di avviarsi alla carriera di povertà, attraverso meccanismi di “accumulo” di criticità. Il ruolo del Welfare in questa evoluzione è dirimente, così come giocano un ruolo significativo il capitale individuale e le reti sociali dei singoli.

Welfare State: Sistema sociale in cui lo Stato garantisce ai cittadini – attraverso politiche redistributive della ricchezza, servizi e politiche attive – un livello minimo indispensabile di vita individuale e sociale. Tradizionalmente basato sull’universalismo delle prestazioni e sulla fiscalità generale come base di finanziamento, oggi il Welfare si sta ridisegnando a seguito di grandi mutamenti che hanno messo in crisi lo stesso meccanismo di negoziazione sociale a fronte del conflitto sociale tra capitale e lavoro, di cui il Welfare rappresentava di fase in fase il prodotto. Oggi, il paradigma neoliberista tende ad assottigliare il sistema di Welfare, a farlo andare verso forme miste Stato-mercato-società (Welfare mix) fino a delineare possibilità di Welfare market. La cosiddetta Welfare community allude a un sistema misto che valorizzi la cooperazione sociale, l’autorganizzazione, il non profit e il mercato, con gradi variabili di ruolo del pubblico.

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