Italia impoverita ma non rassegnata

scritto da Enrico Panero il 20 December 2012 in 9 - In relazione and Approfondimenti con commenta

Un’Italia sempre più provata dalla crisi, dove si verificano processi di impoverimento che colpiscono nuovi gruppi sociali e individui, con crescenti difficoltà materiali legate sia ai redditi sia alle carenze di un Welfare inefficace e sempre più misero; ma anche un Paese che dà segnali di reazione, con una società civile e un volontariato pienamente impegnati a far ripartire un sistema bloccato, partendo dalle reti di relazioni con l’obiettivo del bene comune. In estrema sintesi è quanto emerge dal Rapporto 2012 su povertà ed esclusione sociale in Italia, pubblicato in ottobre dalla Caritas Italiana con il titolo I ripartenti. A differenza di quanto avvenuto in tutte le edizioni precedenti, il Rapporto 2012 non è stato realizzato insieme alla Fondazione Zancan al fine di «avviare percorsi differenziati di studio e ricerca, nel rispetto e nella stima del lavoro reciproco, nella comunione piena che ha sempre accompagnato i due organismi, e che certo non verrà meno anche per il futuro» spiega il direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, precisando che «per l’anno 2012, Caritas Italiana ha predisposto una edizione intermedia e provvisoria del Rapporto, di sola titolarità Caritas, con attenzione prioritaria ai destinatari ecclesiali del proprio lavoro di osservazione delle povertà e delle risorse».

L’osservazione del fenomeno della povertà e dell’esclusione sociale effettuata da Caritas Italiana e riportata nel Rapporto 2012 si basa su una rilevazione on-line «di carattere innovativo e sperimentale», che raccoglie dati aggiornati forniti dai Centri di ascolto delle Caritas diocesane italiane. Va precisato che ha partecipato a questa prima rilevazione nazionale solo il 6,7% di tutti i Centri di ascolto esistenti, cioè 191 dei 2832 Centri diocesani, parrocchiali o territoriali presenti sul territorio nazionale, in rappresentanza di 28 diocesi su 220, cosa che non fornisce un quadro statistico esaustivo ma che, grazie a una «buona distribuzione macro-regionale dei partecipanti», consente alla Caritas Italiana di «esporre alcune considerazioni generali».
Così, osserva Caritas Italiana, la crisi economico-finanziaria ha determinato l’estensione dei fenomeni di impoverimento ad ampi settori di popolazione, non sempre coincidenti con i “vecchi poveri” del passato.
«Aumentano gli utenti e soprattutto gli italiani, cresce la multi problematicità delle persone, con storie di vita complesse, di non facile risoluzione, che coinvolgono tutta la famiglia. La fragilità occupazionale è molto evidente e diffusa. Aumentano gli anziani e le persone in età matura: la presenza in Caritas di pensionati e casalinghe è ormai una regola, e non più l’eccezione. Si impoveriscono le famiglie immigrate e peggiorano le condizioni di vita degli emarginati gravi, esclusi da un Welfare pubblico sempre più residuale». I dati raccolti nei primi sei mesi del 2012, poi, confermano e rafforzano alcune linee di tendenza emerse nel corso del 2011presso i Centri di ascolto: aumentano ancora gli italiani (+15,2%); stabili i disoccupati (59,5%); aumentano i problemi di povertà economica (+10,1%); diminuisce del 10,7% la presenza di persone senza dimora o con gravi problemi abitativi; aumentano gli interventi di erogazione di beni materiali (+44,5%).

Le nuove marginalità
Oltre a segnalare le tendenze generali della povertà e dell’esclusione sociale secondo quanto rilevato dai Centri di ascolto territoriali, il Rapporto Caritas 2012 evidenzia alcune nuove situazioni specifiche, che riguardano particolari condizioni sociali.
Gli zero-figli. Sono sempre più numerose le persone senza figli che chiedono aiuto alle Caritas. A livello nazionale, non aveva figli il 26,9% degli utenti del 2011 (13,8% nel 2009), mentre a livello locale tale incidenza appare spesso di maggiore intensità, con punte del 40-43% delle persone che non hanno figli, o perché non vivono una relazione di coppia stabile, o perché celibi/nubili, o perché separati/divorziati, o perché vedovi. «È innegabile – osserva il Rapporto Caritas – che la presenza in Italia di una vasta fascia giovanile che non è ancora pervenuta ad una condizione stabile di vita (un lavoro più o meno definito, una corrispondente indipendenza economica e abitativa ecc.) non può che influenzare alcuni tipi di scelte esistenziali di carattere strategico, tra cui anche la scelta di costituire una famiglia, la scelta procreativa, la scelta di un’autonomia abitativa dalla famiglia di origine».
Poveri ma ricongiunti. Si assiste negli ultimi anni ad un progressivo peggioramento della condizione di vita delle famiglie immigrate. In generale, tra le varie fasce deboli della società sono stati proprio gli immigrati ad essere più coinvolti dalla crisi: sono stati colpiti in modo inaspettato coloro che avevano acquisito da poco un relativo benessere, innescando dinamiche rapide di impoverimento (perdita del lavoro, perdita dell’abitazione, caduta a volte repentina in stato di irregolarità amministrativa ecc.).
Paradossalmente, il licenziamento di molti immigrati è arrivato in prossimità del ricongiungimento familiare, un momento da lungo tempo atteso e agognato, ma permeato di estrema fragilità sociale, relazionale ed economica.
Poco “working”, molto “poor”. Si rileva poi un graduale declino dei cosiddetti “workingpoor”, categoria sociologica che comprende coloro che pur in presenza di una posizione lavorativa e di un’entrata economica stabile evidenziano segnali di disagio economico e progressiva marginalità sociale. La stragrande maggioranza degli utenti Caritas vive una condizione di occupazione fragile: anche se non sono totalmente privi di reddito, si trovano comunque in condizioni di lavoro instabile, irregolare, quantitativamente insoddisfacente. Molte persone che vivono questo tipo di situazione hanno subìto una brusca frenata nella loro storia personale: si sono dovute arrestare, interrompendo esperienze lavorative spesso decennali. Da tale battuta di arresto possono derivare problemi economici, ma anche psicologici, relazionali, vissuti a livello personale o all’interno della dimensione familiare.

Percorso a ostacoli e “ripartenze”
Sul versante della risposta istituzionale, gli operatori delle Caritas diocesane evidenziano l’evidente incapacità dell’attuale sistema di Welfare a farsi carico delle nuove forme di povertà, delle nuove emergenze sociali derivanti dalla crisi economico-finanziaria. Diversi i limiti evidenziati, di varia natura:
– la dispersione delle misure economiche su un gran numero di provvedimenti nazionali, regionali, locali, gestiti da enti e organismi di diversa natura, al di fuori da qualsiasi tipo di regia e coordinamento complessivo;
– l’estremo ritardo con cui vengono attivate le misure di sostegno economico, soprattutto quelle legate alla perdita del lavoro e alla perdita di autonomia psico-fisica;
– estrema varietà e sperequazioni nella definizione del livello di reddito della famiglia, necessario per poter usufruire di determinate prestazioni, calcolato spesso sulle condizioni socio-economiche dell’anno precedente, superate dall’evidenza dei fatti;
– il forte carattere categoriale di gran parte delle misure di sostegno economico o di agevolazione tariffaria degli enti locali: meccanismo che penalizza di volta in volta le persone che appartengono a determinati status sociali, residenziali, professionali, anagrafici, di cittadinanza. Le soglie e i criteri di accesso alle varie opportunità assistenziali sono estremamente diversificate, creando dei vicoli ciechi spesso difficili da prevedere all’avvio dell’iter di richiesta della misura;
– il progressivo restringimento delle disponibilità finanziarie nel settore socio-assistenziale sta determinando la chiusura o la negazione dei diritti a fasce sociali che fino a poco tempo prima erano state beneficiarie dell’intervento.
«L’effetto complessivo è quindi quello di un vero e proprio percorso ad ostacoli – nota il Rapporto – dotato di logica irrazionale, in cui la presenza di barriere e veti incrociati rende quasi impossibile l’esigibilità dei diritti e la fruizione tempestiva del servizio, anche in presenza di oggettive situazioni di bisogno».
Nonostante tutto ciò, il Rapporto Caritas 2012 sottolinea dei «segni di speranza» che si riscontrano nella «grande vitalità delle comunità locali», che hanno avviato esperienze di ogni tipo per contrastare le tendenze della marginalità sociale, e nel «desiderio di ripartire espresso da molti utenti»: affiora cioè la volontà di rimettersi in gioco, l’aspirazione a migliorare la propria situazione; aumentano le persone che richiedono ascolto personalizzato e inserimento lavorativo (+34,5 % e +17%); aumentano del 122,5% le attività Caritas di orientamento (professionale, a servizi, a opportunità formative); aumenta del 174,8% il coinvolgimento di altri enti e organizzazioni. «Non si chiedono (solamente) sussidi economici, beni materiali o protezione per la notte, ma anche orientamento a servizi, riqualificazione professionale, formazione e recupero della scolarità perduta» spiega Caritas Italiana, aggiungendo però un’amara constatazione: «Purtroppo queste persone, che possiamo definire i “ripartenti”, non trovano sempre adeguato sostegno e risposta alla loro disponibilità a rimettersi in gioco».

Per saperne di più
visita la pagina web del sito di Caritas Italiana dedicata al Rapporto
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