La povertà fluida

scritto da Pierluigi Dovis il 1 June 2013 in 10 - Cerchiamo dimore and Opinioni e commenti con commenta

La cultura occidentale degli ultimi tre secoli ci ha abituati alla specializzazione: del sapere, delle arti, delle tecniche, delle culture, dei ruoli. All’orizzonte della sintesi si è sostituito quello dell’analisi. Che in sé non è un male. Ma che rischia di ingenerare una parcellizzazione del nostro essere, soprattutto quello sociale, non sempre così privo di conseguenze. Ad esempio di quella conseguenza che possiamo definire con il termine categoria. E, in effetti, anche nel mondo del sociale oggi stiamo pensando e lavorando per categorie. Spesso queste sono diventate caselle chiuse di un modulo poco flessibile nelle quali è possibile far entrare solo ciò che ha determinate caratteristiche. E il resto cade inesorabilmente fuori. Si tratta di un orizzonte non assente dall’attuale panorama del dibattito intorno al grande tema della povertà.

L’emergere costante e massivo delle cosiddette nuove povertà ha dato il via ad una ulteriore categorizzazione del fenomeno, rendendolo però disomogeneo e, talora, affatto differente. Dividere per meglio comprendere è azione salutare. Ma dividere per poi lasciare diviso è la base di ogni discorso di diseguaglianza. Lo stesso termine categoria è in sé ambiguo.

Normalmente lo utilizziamo in senso del tutto positivo, secondo l’uso che ne fece a suo tempo Aristotele nel suo discorrere in merito all’essere profondo delle cose. Ma il significato recondito e primigeneo del termine si trova altrove, nel composto esplosivo dei due vocaboli greci da cui trae origine. Katà, infatti, è una particella che porta in sé sempre il senso del contro, dell’avverso. E agoreio sta ad indicare l’esprimersi pubblicamente, sulla pubblica piazza come ricorda l’assonanza al sostantivo agorà. Dunque il kategoreo – la categoria – sarebbe un parlare pubblicamente contro, una classificazione che chiude o esclude, più che un elemento di inclusione.

E proprio in tale segmentazione stiamo vivendo nella complessità dell’oggi. Parliamo di povertà classiche, di nuove povertà, di povertà gravi, di povertà grigie. E giustamente ci chiediamo come vederle, come affrontarle, come guidarle, talvolta come governarle. Mettendo l’accento, però, sulla categoria e non sulla persona. Scambiando il ruolo assunto con l’essere profondo dell’individuo che abbiamo di fronte. Facciamo classi, disfacciamo la figura del popolo secondo una logica di tribù. E non è detto che la somma di tante tribù dia per risultato vero il popolo. Cosa che vediamo in modo molto chiaro quando facciamo raffronto tra la fascia estrema – verso il basso – della povertà e quella estrema verso l’alto. Interessante notare come per entrambe, però, non abbiamo le idee chiare.

Se non siamo nemmeno ancora in grado di definire l’area grigia della vulnerabilità, così ci stiamo ancora arrabattando semanticamente con le persone maggiormente gravate dalla povertà estrema. Prima li chiamavamo semplicemente – e un po’ superficialmente – barboni. Poi, sulla falsariga dei cugini d’oltralpe, li abbiamo definiti senza fissa dimora. E oggi ci limitiamo più britannicamente a senza dimora, lasciando in sospeso una larghissima fetta di popolazione che dimora ha ma che vive ugualmente in povertà estrema.

E i numeri non sono piccoli. La recente ricerca di cui si dà conto anche nelle pagine di questa rivista ha identificato oltre tremila homeless in Piemonte. Ma non sono tutti. E non solo perché è difficile censire chi non ha stabilità su un territorio. Basti pensare che nel numero non sono calcolati i padri separati e a troppo scarso reddito che vivono in macchina o in super affollati alloggetti di coabitanti. Oppure le madri sole accolte con temporalità assai differenti nelle comunità. O anche – ed è questione molto calda in questi giorni – le persone immigrate a causa dei conflitti internazionali e accampate alla belle meglio in qualche palazzina disabitata. Oppure il silente popolo dei paria tra i rom, appena giunti nelle nostre città e sottoposti a una di quelle forme di moderna schiavitù che anche il Papa Francesco si è sentito di condannare nel suo primo discorso pasquale. O quel piccolo drappello di disabili psichiatrici cui si è riusciti a dare una stanzetta ma cui non è possibile offrire qualche opportunità duratura di sostentamento in autonomia.

Povertà estrema non è – ne può essere più – una classificazione perché si è trasformata in un grappolo di situazioni. Che hanno un denominatore comune, raccolto nell’aggettivo estrema o grave, ma che presentano inflessioni e declinazioni molto diverse tra loro ed una serie di flessibilità davvero grande.

Se, come dicono i sociologi, noi tutti siamo nella società fluida, tanto più le manifestazioni della povertà nella vita di una persona sono ormai fluidificate. E il fluido, per definizione, fa fatica a stare dentro ad un contenitore, soprattutto quando bolle e si trasforma in evaporazione. Ora, operare categorizzazioni eccessive rischia di scindere i problemi ulteriormente e di allontanare ancora di più le necessarie integrazioni. Con la conseguenza di far operare scelte di politiche sociali e generali per classi e non per bisogni. Nella categoria stanno delle omogeneità. Nei bisogni stanno delle esistenze. La categorizzazione aiuta il primato del servizio che, lo si consenta, ad oggi rischia di essere una scelta conservativa. A dispetto del primato della persona che, invece, è in sé un elemento di generatività e di innovazione. L’estrema fluidità con cui si presentano i volti di povertà del nostro oggi, per cui si passa con una estrema facilità da una zona grigia ad una molto più fosca, ci riporta alla necessità di ricentrare il problema sui volti. Rimettendo al centro le persone con le loro storie, più che le nostre capacità di intervento e di soluzione. Proviamo, allora, a pensare a partire dal tema lavoro, o da quello casa – non solo in quanto abitazione ma soprattutto in quanto abitare –, o da quello salute. Ripartiamo dagli ambiti in cui le persone vivono il loro essere per costruire percorsi che abbiamo al centro la relazione e la cura delle opportunità. Non solo verificare se i servizi per le varie “categorie” di poveri sono sufficienti, adeguati, utili, opportuni proviamo a domandarci quale sia la domanda attuale delle persone. E da quella proviamo a farci obbedienti. Magari iniziando a non più definire le povertà estreme con il termine senza che sa molto di antico.

Print This Post