L’advocacy compito delle Caritas

scritto da Giovanni Perini il 30 September 2015 in 18 - Ricostruire il Welfare and Opinioni e commenti con commenta

foto per Perini 18Qualcuno si chiederà perché usare parole inglesi all’interno della lingua italiana, parole che sovente rendono difficile la comprensione e necessitano di una traduzione/spiegazione. Il motivo è molto semplice e pragmatico: questo come altri termini sono ormai di uso comune, soprattutto nel mondo delle associazioni o dei gruppi che interloquiscono con i governi o le grandi organizzazioni. Questa volta ci è anche andata bene, perché la parola “advocacy” ha una radice latina e quindi riecheggia facilmente il termine italiano “avvocato”. Vuol dire infatti fare da avvocato, difendere, sostenere una causa.

Comincia allora a diventarci familiare perché compito delle Caritas è proprio difendere e sostenere la causa dei poveri.

Ricercare le cause  delle ingiustizie sociali

L’attività di advocacy si può fare in modi diversi e a diversi livelli, a partire dal livello locale delle nostre comunità civili e via via a cerchi sempre più ampi fino ad arrivare ai livelli nazionali e internazionali.

Potremmo dire che è l’equivalente dell’espressione “dare voce a chi non ha voce” in particolare di fronte a potenti.

Il motivo per cui questo è un compito delle Caritas può essere ritrovato nell’impegno che le Caritas stesse hanno di capire e andare alle radici dei mali e delle carenze o ingiustizie sociali di molti cittadini. Noi, ci siamo sempre detti, non possiamo intervenire solo sui sintomi, ma dobbiamo ricercare, per quanto difficoltoso possa essere, le radici, le cause ultime da cui sorgono e si diffondono le situazioni di povertà, marginalità, indifferenza, disprezzo e rifiuto dell’altro, soprattutto quando questi atteggiamenti, o se non altro le parole, provengono dai vertici di un comune, una regione o una Stato.

È così ad esempio che Caritas Italiana si è battuta nel secolo scorso per l’introduzione dell’obiezione di coscienza e del servizio civile in Italia e all’estero, in vari Paesi come il Sudan, per l’attuazione di un programma di sviluppo.

 

Fattibilità e sostenibilità, non basta la buona volontà

Fare azione di advocacy richiede quindi una conoscenza il più possibile precisa della situazione e dei problemi che si devono affrontare. In secondo luogo è indispensabile cercare altri gruppi o associazioni che costruiscano insieme il progetto e diano più forza nel portarlo avanti. È ad esempio il caso di quanto ora si sta facendo per l’inserimento nel bilancio dello Stato del Reddito di Inserimento Sociale (in sigla, Reis), che vuole garantire a tutti i cittadini i mezzi necessari e sufficienti per una dignitosa esistenza, come del resto richiede la stessa Costituzione.

Un altro elemento importante è il rapporto con i mezzi di comunicazione che permettono di diffondere su larga scala le richieste e i progetti che si presentano e si richiedono agli Stati per il bene dei cittadini.

Perché questa azione di pressione possa essere il più efficace possibile ha bisogno, a fronte della natura degli interventi da fare, di costruire un progetto che abbia le caratteristiche di fattibilità e sostenibilità. Non basta il nostro entusiasmo, né la nostra buona volontà per convincere chi detiene il potere della bontà della proposta.

 

Non separare le esigenze della carità da quelle della giustizia

Forse dobbiamo riconoscere che l’azione di tutela e difesa dei poveri è quella che ci riesce meno agevole da attuare. In parte perché molti o alcuni ritengono ancora che la carità non possa o non debba essere coniugata con l’azione politica e in parte perché noi credenti abbiamo smarrito nel nostro orizzonte spirituale la dimensione sociale, l’appartenenza attiva ad una comunità civile e infine perché abbiamo separato le esigenze della carità da quelle della giustizia.

Le occasioni non ci mancano a partire dal livello delle amministrazioni delle nostre città e dei nostri paesi per far conoscere loro la presenza di poveri sul territorio da loro amministrato, per proporre e progettare insieme soluzioni dignitose, collaborando ognuno nel proprio ambito al bene comune.

Un’esperienza che certo non ci manca, e a cui possiamo rifarci per comprendere cosa è un’azione di advocacy, è costituita dai nostri molteplici interventi a favore dei richiedenti asilo e non solo presso le prefetture, i comuni, le strutture sanitarie, ma molte volte e con non poche difficoltà presso i cittadini stessi che, contrapponendo povertà a povertà, temono il peggioramento ulteriore delle loro condizioni o sono invasi da paure indotte che fanno presa sull’emotività di alcune parti della popolazione. Ma qui entriamo nel campo delicato, che pure appartiene a Caritas, della sensibilizzazione e della pedagogia come strumenti di cambiamento culturale.

 

 

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