L’Europa sociale chiede una direttiva sul reddito minimo

scritto da Redazione il 30 January 2015 in 13 - Allearsi contro la povertà and Approfondimenti con commenta

Picture1Il reddito minimo rappresenta una base per la costruzione del diritto a una vita dignitosa. Senza reddito minimo che speranza c’è per l’Europa?». È quanto affermato nelle conclusioni dei lavori della Conferenza europea di alto livello sugli schemi di reddito minimo, svoltasi a Bruxelles lo scorso dicembre su iniziativa dell’omonima Rete europea (European Minimum Income Network – Emin). Costituita da organizzazioni sociali e sindacali, grandi associazioni, amministrazioni nazionali, regionali e locali, studiosi e analisti della materia e alcune reti nazionali, l’Emin promuove l’apprendimento reciproco e lo scambio di migliori pratiche in materia di reddito minimo. Secondo i partecipanti alla Conferenza, le istituzioni dell’Unione Europea (UE) non dovrebbero più parlare genericamente di “Europa sociale”, ma invece trovare e attuare misure concrete per garantire un’Europa sociale e coesa. Per questo, sulla base delle varie esperienze nazionali messe a confronto dalla Rete europea, si ritiene necessaria una direttiva-quadro europea su adeguati regimi di reddito minimo. Solo così sarebbe riconosciuta, regolamentata, resa omogenea e più efficace una misura di lotta alla povertà diffusa in tutta Europa, ma con caratteristiche e risultati estremamente diversi da un Paese all’altro. Del resto, il «diritto alla protezione sociale e a standard di vita dignitosi per tutti i cittadini che risiedono nei Paesi dell’UE» è sancito dall’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, mentre il Parlamento Europeo e la Commissione hanno più volte sollecitato politiche di «inclusione attiva», individuando nel reddito minimo uno strumento efficace per combattere la povertà, garantire un adeguato standard di vita e favorire l’inclusione sociale. Recentemente è stata la stessa neo-commissaria europea per l’Occupazione e gli Affari sociali, Marianne Thyssen, a dire che «abbiamo sicuramente bisogno di un’Unione Economica e Monetaria più sociale» e quindi si dovrebbe «pensare in termini di standard minimi: ad esempio, avere un reddito minimo in tutti i Paesi dell’UE, sulla base di un budget di riferimento» (Social Agenda n. 39, 12/2014).

 

Troppe differenze, servono norme europee comuni

L’Emin ha presentato un Rapporto di sintesi basato sulle Relazioni nazionali svolte nei 30 Paesi in cui è attiva la Rete europea, da cui emerge che solo Italia e Grecia non dispongono di un sistema di reddito minimo. Certo, le differenze sono notevoli sia in termini quantitativi che qualitativi: si va da 22 euro in Bulgaria a 1433 euro in Danimarca per una sola persona, e da 100 euro in Polonia a 3808 euro in Danimarca per una coppia con due figli. Rispetto al reddito medio dei Paesi, solo la Danimarca e l’Islanda prevedono un reddito minimo “generoso” (oltre il 50%), la maggior parte si attesta su livelli medi o medio-bassi e 9 Paesi (quasi tutti dell’Europa orientale) su livelli molto bassi (meno del 30%). Profonde poi anche le differenze tra le misure adottate, tanto che in certi casi diventano addirittura divergenze (sulle caratteristiche, i destinatari, la durata ecc.), così da determinare una cittadinanza sociale diseguale nel territorio dell’UE.

Le misure di austerità “anti-crisi” adottate in tutta Europa negli ultimi anni hanno inoltre avuto un impatto negativo sulla disponibilità di servizi sociali e, oltretutto, si è registrato un diffuso indurimento di atteggiamento politico, dei media e del pubblico nei confronti dei beneficiari, mentre la maggior parte dei Paesi non ha una chiara definizione di reddito dignitoso. Il Rapporto evidenzia invece come regimi di reddito minimo adeguati e accessibili non siano solo utili per le persone che ne beneficiano ma costituiscano «un bene per tutta la società», dati i loro effetti positivi in termini di stabilizzazione economica, contrasto delle disuguaglianze e inclusione attiva.

«Vista da Bruxelles la povertà in Europa sembra facilmente risolvibile: abbiamo la Strategia Europa 2020, il Programma di Investimenti Sociali, i Fondi strutturali attraverso cui arriveranno milioni di euro nei prossimi 7 anni, abbiamo il 20% del Fondo sociale europeo destinato alla lotta contro la povertà e all’esclusione sociale. Ma queste non sono le soluzioni» sostiene Nicoletta Teodosi, presidente del Collegamento italiano lotta alla povertà  (Cilap) – sezione italiana della Rete europea di lotta alla povertà (European Anty-Poverty Network – Eapn) e aderente all’Alleanza contro la povertà in Italia, che aggiunge: «I cittadini europei e le organizzazioni della società civile sono pronti a sostenere la richiesta di una direttiva europea per il reddito minimo, sono pronti i governi degli Stati membri? La giustificazione che il reddito minimo non è competenza europea ormai non tiene più».

 

Alleanza contro la povertà: guardare all’esperienza europea

Nel documento di proposta del Reddito di inclusione sociale (Reis), l’Alleanza per la povertà in Italia ha analizzato anche la situazione europea degli schemi di reddito minimo al fine di trarre spunti utili.

Intanto osserva che, mentre la spesa pubblica italiana per la protezione sociale rispetto al Pil è in linea con la media europea, per la lotta alla povertà l’Italia spende molto meno della media degli altri Paesi europei. Poi nota come nella maggior parte dei Paesi europei agli schemi di reddito minimo sia attribuito un ruolo residuale: il grosso del sostegno al reddito per i cittadini è svolto dalle altre prestazioni del Welfare, innanzitutto i sussidi di disoccupazione. Il sostegno al reddito per le persone in età da lavoro è infatti composto da due livelli: il primo sono i sussidi di disoccupazione, il secondo è il reddito minimo (che ovviamente non è indirizzato soltanto ai disoccupati, e in generale non si rivolge soltanto agli abili al lavoro). «In Italia, invece, stante la situazione attuale, il Reis si troverebbe a scontare alcune note insufficienze del sistema di Welfare italiano (a partire dalle carenze del sistema di ammortizzatori sociali esistente), che suggeriscono di essere particolarmente attenti sul versante dell’inserimento lavorativo dei beneficiari abili al lavoro» spiega l’Alleanza.

Altro «nodo cruciale» segnalato sulla base dell’analisi europea è che per svolgere bene i compiti d’integrazione sociale e lavorativa richiesti, occorre personale esperto e formato in modo specifico, e non personale amministrativo: «L’esperienza indica che introdurre il reddito minimo lasciando che gli aspetti d’inserimento sociale e lavorativo vengano curati da funzionari amministrativi, senza competenze specifiche e in aggiunta al proprio carico di lavoro normale, significa condannarlo a sicuro insuccesso».

Si evidenzia anche che «dovunque il reddito minimo è una misura attiva e condizionale»: è predisposto un adeguato disegno della componente d’integrazione e relativi servizi, e la prestazione viene erogata solo a fronte dell’impegno dei beneficiari a tenere un certo comportamento, variabile a seconda delle caratteristiche individuali e delle condizioni familiari. Tali regole di condizionalità divengono vincolanti per tutti i beneficiari, con la previsione di sanzioni specifiche in caso di non ottemperanza.

Ma un aspetto decisivo segnalato dall’Alleanza sulla base dell’esperienza maturata nei Paesi europei è che «il patto funziona se lo si rispetta in due»: se infatti il beneficiario è tenuto a rispettare il patto d’inserimento (sociale o lavorativo), pena l’introduzione di sanzioni, allo stesso modo l’amministrazione pubblica è tenuta a fornire dei servizi di qualità, tempestivi ed efficaci. Nell’esperienza europea, cioè, il beneficiario è titolare di doveri ma contestualmente anche di diritti, riguardanti la qualità e la tempistica degli interventi da mettere in campo, che creano obblighi per i servizi sociali e quelli per l’impiego. «In altre parole, l’utente deve fare ogni sforzo per migliorare la sua situazione e, contemporaneamente, l’amministrazione deve assicurargli gli strumenti e le opportunità in questa direzione. La bilateralità del patto rappresenta un aspetto spesso sottovalutato nel dibattito del nostro Paese, dove ci si concentra perlopiù sui doveri del solo utente. Il patto, invece, funziona solo se responsabilizza e mette in gioco entrambi i contraenti».

REIS ESP EUROPEA

 

REIS UE-15

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