Accoglienza e diffidenza: il metodo Caritas

scritto da Giovanni Perini il 4 May 2011 in 4 - Accoglienza e diffidenza and Opinioni e commenti con commenta

“Filoxenia” è chiamata l’ospitalità nel Nuovo Testamento, vale a dire amabilità e simpatia per colui che si avvicina a te e che tu non conosci. È un atteggiamento che precede ogni considerazione, è gratuità proprio per il fatto che non si lesina l’atteggiamento interiore dell’amicizia. La simpatia per lo sconosciuto rende possibile prendere presso di sé, far entrare nella intimità della propria casa e dei propri affetti, cioè l’accoglienza.
Il verbo che in questo caso usa il Nuovo Testamento è quello dell’apertura interiore che, facendo diventare vicino colui che è lontano, supera e abbatte le barriere in favore di una fraternità che cambia la vita ad entrambi. Se questa prospettiva spaventa o fa percepire il limite di allargare il cuore per fare spazio a chi è estraneo, allora si vada alle radici della fede: «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi». Tutti siamo estranei a Dio, ma in Gesù Cristo Dio si è fatto vicino, ha mostrato la sua filoxenia e ci ha accolti, noi lontani e stranieri al suo mondo. Secondo l’immagine profetica, Dio ci ha presi in braccio e ci ha avvicinato alla sua guancia. Innestati in questa radice divina, come siamo germogliati e quali frutti abbiamo portato?
Si pensi al contrario della filoxenia: è la xenofobia, la paura dell’altro, dello sconosciuto, che si trasforma in ossessione, in rifiuto, in rigetto, virus antico e nuovo, che attacca e colpisce chiese e cristiani. Qui non si tratta di parole, ma di modi di essere, di forme secondo le quali costruiamo società, stato e convivenza.

Ascoltare – Accoglienza come condizione previa all’ascolto
L’accoglienza è condizione previa all’ascolto, ne costituisce la sua segreta qualità e autenticità.
Prima di ascoltare si deve aver già accolto la presenza e l’esistenza dell’altro e, mentre si ascolta, prende forma l’accoglienza e ci si accorge che i ruoli si sono rovesciati.
Chi accoglie e chi è accolto? Quando uno ci parla, apre uno squarcio della sua vita, ci regala la sua intimità, mette a nudo le sue fragilità, anche qualora questo avvenisse solo imperfettamente, sotto forma di domanda di aiuto o di esagerazione drammatica per commuoverci, la domanda resta. Siamo noi che accogliamo o è (anche) l’altro che ci ha fatto spazio nella sua vita?
L’ascolto non è mai a senso unico e a volte si deve confessare a noi stessi che in molti punti del racconto dell’altro ci siamo riconosciuti, che la distanza che ci separa dall’altro è fatta da un filo sottile, sempre valicabile.

Osservare –  La prima accoglienza è quella della realtà
Guardati dentro e guardati intorno. Cosa vedi? Non saltare alle conclusioni, analizza i fatti. Non guardare con gli occhi di nessun altro, apri i tuoi.
La prima accoglienza è quella della realtà. Proviamo a confrontarci. Vediamo tanta gente disperata, un mondo in sommovimento, gente che scappa dalla fame, dalla mancanza di lavoro, dall’assenza di libertà, dalle guerre e dagli odi razziali. Gente che gioca il tutto per tutto, madri che accettano la fatica e la lacerazione della separazione dai figli per lavorare, non sempre in condizioni legali e umane, e mandare a casa i soldi.
Gente che arriva spaesata, ignara di quello che la attende, ma ha visto, sperato che ci fosse una terra promessa e si è diretta dove la pubblicità mostrava possibilità o facilità di guadagno, legalità, esibizione di lusso, civiltà avanzate! Vediamo un mondo e degli Stati altrettanto confusi, che dicono e contraddicono, che fanno ideologia, che assumono le eccezioni della delinquenza per farne un quadro generalizzato, che parlano degli uomini e delle donne come forza lavoro.
Vediamo anche una minoranza (forse) di persone che hanno già aperto gli occhi, che si sono tirate su le maniche, che hanno reagito alla disgregazione, alla disumanizzazione, all’inciviltà, all’egoismo e alle paure.
E noi dove ci situiamo?

Discernere – Le ragioni profonde dell’agire
Il discernimento è un’attività che sta tra la capacità di valutare una situazione e quella di scegliere il comportamento che più avvera i criteri della fede.
In esso sono riassunti l’agire e le sue ragioni più profonde. Per chi è credente i criteri sono desunti dalle parole, dalle opere e dallo stile di Gesù. Penso che, almeno a livello teorico, non ci siano dubbi su questo.
Il problema invece può nascere quando si deve decidere il come, le modalità di attuazione, nel nostro caso, dell’accoglienza.
Il Vangelo non è muto. Ci grida alle orecchie: «Come te stesso, come vorresti capitasse a te»!
E questo non vale solo per il singolo, ma anche e soprattutto per le comunità cristiane, chiamate a manifestare nelle opere la loro fede, come suggerisce san Giacomo. .


Animare – Dare anima alle comunità che l’hanno persa
La fatica delle comunità cristiane a coniugare fede e preghiera con effettivi e coerenti comportamenti, soprattutto sociali, è abbastanza eloquente. L’animazione consiste proprio nel dare anima alle comunità che l’hanno persa, nonostante gli atti di culto, traditi e travisati.
Animare è tornare a far vivere, far uscire dalla morte dell’anima e della coscienza e nulla come ciò che mette in discussione la tranquillità e le certezze ripetitive della nostra vita, come l’accoglienza dell’altro, è in grado di far rivivere e ridare coraggio alle chiese.
È necessario ancora ricordare l’abusato racconto di Matteo: «Lo avete fatto a me»?
L’animazione non può andare disgiunta dal coraggio di parlare, di denunciare, di proporre gesti di accoglienza.
Coraggio! Vuol dire “avere cuore”, “avere a cuore” qualcuno e traduce bene l’idea e il fatto cristiano dell’accoglienza perché ci riporta al fondamento del cristianesimo: «Come Dio vi ha amati, amatevi anche voi».

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