Miraggio Reddito minimo

scritto da Tiziana Ciampolini il 24 January 2014 in 11 - Miraggio reddito minimo and Approfondimenti and Editoriali con commenta

Solo l’Italia e la Grecia in Europa non possiedono una misura di reddito minimo per proteggere i  poveri, né coloro che lo sono sempre stati né coloro che lo stanno diventando a seguito della crisi economica.

Questo è il tema di questo numero di “puntidivista”. Nei prossimi numeri tratteremo la necessità di ripensare gli interventi economici di contrasto alle povertà, cercando di focalizzare l’attenzione su ciò che possono fare le Caritas diocesane.

La questione del reddito minimo porta con sé sempre il rischio di confusioni: esiste una distinzione fondamentale tra reddito di cittadinanza (o reddito di base o universale) e reddito minimo garantito (o d’inserimento). Il primo è un reddito incondizionato, universale e illimitato nel tempo, rivolto a tutti gli individui dotati di cittadinanza e di residenza; il secondo è, invece, un reddito condizionato la cui erogazione è soggetta a una serie di criteri definiti in base al reddito e alla disponibilità a lavorare.

L’Italia non ha ancora trovato la sua misura universalistica di contrasto alla povertà. Mentre la cerca, possiamo sottolineare la rilevanza di un dibattito nazionale ed europeo su questo tema, il network che ne è nato e l’azione di lobbing che ne deriva: ne diamo conto su questo numero.

La politica è ferma, ma non la società civile e altreistituzioni: troviamo Caritas e Acli in prima fila nel produrre proposte per un piano nazionale contro la povertà a partire da una misura di accompagnamento e di supporto al reddito, con forti accenti responsabilizzanti ed educativi verso la persona perché sia sostenuta nell’uscire dalla povertà (Reddito di inclusione sociale). È il coraggio del ripensamento e della sua attuazione che fa la differenza oggi: tutto il Welfare va ristudiato perché sono cambiati i problemi e i bisogni delle persone e dei contesti. Quello italiano è un Welfare che deve trovare soluzioni per problemi basilari: con la legge 328/2000 sembrava avviata la strada per realizzare un sistema integrato di interventi valorizzanti la famiglia e il principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale, obiettivo rimasto inevaso a causa di una normativa sociale incompleta, di stampo categoriale. Manca la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali e non è stato individuato uno strumento universalistico di sostegno al reddito delle famiglie povere. Manca anche una rimodulazione degli emolumenti economici che superi l’approccio per categorie, mancano sistemi per incentivare gli interventi nazionali e il superamento dei divari territoriali.

 

Occorre ridefinire il Welfare

Nonostante ciò, siamo parte di un’Europa che ha un modello sociale che negli ultimi 50 anni ha migliorato la qualità della vita di decine di milioni di persone e le cui idee politiche, morali e giuridiche sono alla base della civiltà. Esso ci dice che i costi che un essere umano può essere chiamato a pagare in caso di imprevisti nel corso della vita sono così elevati e così imprevedibili che occorre siano sopportati da un’intera società e questo viene assunto come uno degli scopi più alti della politica. Il senso profondo di far parte dell’Europa sta nel suo progetto di incivilimento, di progresso comune che non ha paragoni al mondo.

I padri fondatori del modello di Welfare europeo, subito dopo la seconda guerra mondiale, tracciarono le linee guida di una protezione sociale destinata a tutti i cittadini, su base universalistica e non occupazionale, con l’obiettivo di proteggere il reddito, garantendo il servizio sanitario nazionale e il pieno impiego.

Asa Briggs, eclettico storico inglese, diede nel 1961 la più articolata definizione di Welfare State: «È uno Stato in cui il potere organizzato è deliberatamente usato (attraverso la politica e l’amministrazione) per modificare le forze del mercato in almeno tre direzioni: assicurando agli individui e alle famiglie un reddito minimo, qualunque sia il valore di mercato del loro lavoro o delle loro proprietà; riducendo il livello di insicurezza, in modo da rendere le famiglie e gli individui capaci di affrontare determinate situazioni sociali (la malattia, la vecchiaia, la disoccupazione), che altrimenti condurrebbero a crisi individui e famigliari; garantendo che a tutti i cittadini, senza distinzione di status o di classe, siano offerti i migliori standard disponibili rispetto ad una serie concordata di servizi sociali». Molte cose sono cambiate nella società da allora, le scosse telluriche dell’ultima crisi economica ci hanno richiesto di mettere i piedi per terra rispetto all’uso di alcuni concetti come “assicurare un reddito minimo”, “ridurre i livelli di insicurezza”, “garantire standard di servizi sociali”. Oggi occorre nuovo impegno fondativo per ridefinire cos’è “wel-fare”, neologismo usato per la prima volta negli anni Quaranta per indicare la pace e la benevolenza degli Stati in contrapposizione al Warfare State, “Stato di guerra” imposto dai regimi totalitari.

In attesa di risposte politiche

L’impulso per realizzare il nuovo Welfare deve partire dalla politica e tornare alla politica: la società civile può – come sta facendo – stimolare dibattiti, fare proposte, realizzare iniziative, ma le policies devono poter diventare politics: le sperimentazioni devono essere assunte dalle istituzioni, replicate diventando pratica comune. Fu il pragmatismo americano che coniò due termini per indicare ciò che in italiano è una sola parola, politica. Durante la crisi del 1929, in America, dominava l’idea che la classe politica fosse tendenzialmente corrotta rispetto ai valori e agli ideali che si proponeva di perseguire, per questo trovò larga diffusione il termine policy, usato per indicare lo studio dei necessari provvedimenti che un’amministrazione pubblica deve attuare. Politics invece era usato sia per la politica istituzionale sia per indicare la sua parte partigiana, legata al potere e agli interessi di parte. Sul territorio statunitense, a causa della scarsa popolarità delle decisioni politiche delle amministrazioni, sorsero dei think thank, organizzazioni che si proposero di fornire informazioni, dati, ventagli di opportunità, su problemi pubblici.

È facile il parallelismo con la situazione attuale: i think thank di cui Caritas locale, regionale, nazionale ed europea fa parte, chiedono a chi fa politica di portare i poveri ad una vita dignitosa, costruendo nuovi sistemi di politiche che abbiano il coraggio della programmazione a lungo termine, che guardino ai problemi concreti e si propongano di creare sviluppo fornendo nuove possibilità alle persone e ai loro contesti di vita. E là dove questo non si realizza, mentre tutti aspettiamo il risveglio di una politica degna della sua storia e della sua identità, le Caritas agiscono, per rispondere alla quotidiana domanda di chi non trova risposte da nessun altro.

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