Passare dal fare all’operare, attraverso la relazione

scritto da Pierluigi Dovis il 20 December 2012 in 9 - In relazione and Opinioni e commenti con commenta

Con l’andare del tempo i significati delle parole, e dei contenuti che queste contengono, inevitabilmente finiscono per cambiare o modificarsi. Nei tempi di passaggio, nelle terre di mezzo delle transizioni, nei momenti di maggiore crisi si modificano anche più profondamente. Con il rischio di perdere, poco alla volta, la pregnanza iniziale.
È il caso del verbo fare. Le difficoltà economiche e sociali nelle quali ci troviamo stanno portando sempre più a due atteggiamenti tra loro quasi contrastanti. C’è infatti chi si crogiuola – ormai anche fin troppo a lungo – in un illusorio discutere ed approfondire che maschera, spesso anche in modo poco sopportabile, una difficoltà endemica a decidere, ad ideare, a scegliere strade di cambiamento. E c’è chi, invece, rispolvera la necessità e l’urgenza del passare ai fatti, smettendo di temporeggiare, partendo di scatto e in modo anche poco progettato verso azioni di vario tipo.
Tra l’indeciso e l’impulsivo si sta giocando, oggi, il tentativo di concepire e realizzare un nuovo modello di Welfare, specie nelle sedi locali. Ma, come ci dimostra la storia, di rado gli obiettivi vengono raggiunti. Da una parte, infatti, c’è immobilismo interessato che non sa partire dalla concretezza della realtà, ragionando troppo sui macro sistemi e perdendo di vista le ricadute sui piccoli mondi vitali. Dall’altra si rischia – e anche in modo pesante – di cadere nella trappola che oltre due millenni addietro Gesù di Nazaret evidenziò in modo plastico ma molto efficace. Si trovava invitato a pranzo da due sorelle, Marta e Maria, probabilmente nel villaggio di Betania. Mentre l’una delle due si dava da fare con alacrità ed impegno per preparare una degna accoglienza all’ospite amico, l’altra si era pienamente abbandonata alla fraterna conversazione con lui, all’ascolto interessato e caldo. Presa nelle maglie organizzative Marta sente lo stridore dell’atteggiamento della sorella, lo giudica inopportuno e lo denuncia anche a Gesù. Il quale, però, la raggela con una osservazione feroce: «Marta, Marta tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno». La trappola per la donna fu quella dell’agitazione affannata, un fare scompaginato ed incalzante, preoccupato e molto auto centrato. Se non si fosse così affannata, chi avrebbe potuto trovare soluzione alla necessità impellente di accoglienza dell’amico?
Chiediamoci: le tante cose da fare riguardano la qualità dell’accoglienza o il prestigio della propria persona? È la trappola che anche oggi rischiamo di trovare nel nostro modo di affrontare la crisi e l’emergere di situazioni sempre più complesse. Facciamo ma, in definitiva, ci agitiamo. Avvertendo la sensazione di aver prodotto. Prodotto risultati o semplice forza di lavoro? E per questo le nostre azioni si fermano sul ciglio dell’inconsistenza.
La crisi ci insegna a compiere in noi un cambiamento di prospettiva: dal fare all’operare. Il termine latino opus – da cui il nostro “opera” – non significa un superficiale agire, magari compulsivo. Indica un’azione direttamente e coscientemente volta verso il raggiungimento di un fine di alto respiro. Le azioni di Welfare, quelle dell’accoglienza come quelle del recupero, devono diventare opere capaci di esprimere un elemento teleologico chiaro e definito, un obiettivo di speranza. Che è la crescita della dignità della persona. Fermarsi sulla soglia della dignità perché la persona non desidera che vi entriamo può essere, in qualche  modo, rispetto. Fermarsi perché agitati dal nostro fare compulsivo è grave errore. Quasi peccato, per stare nell’ambito della cultura cristiana. Evitare l’agitazione è ben difficile in tempi così grigi. Ma, almeno, si potrebbe tentare di trasformare il necessario fare in migliore operare. Come?
Anzitutto chiarendoci e riconfermandoci quale è l’obiettivo cui il nostro fare è volto. Se è semplice azione da tappabuchi – sia nel privato sociale che nel pubblico – sganciata da una intenzione progettuale certa e condivisa, non può essere certo obiettivo generativo di futuro. Obiettivi alti non significano mete utopiche: si tratta di puntare in alto per arrivare dove davvero è possibile. Altrimenti la freccia scoccata dal nostro arco già in parabola discendente si conficcherà ben presto nel terreno e non sul bersaglio. Sapendo dove puntare si può cercare di definire con i destinatari del nostro agire i passaggi intermedi e gli strumenti necessari – ma, realisticamente possibili – da mettere in campo. Insieme, non separatamente. Una disanima che non è sterile burocrazia progettistica o celato anelito alla burocratizzazione di un servizio che dovrebbe essere “di cuore”, ma inizio di sincera relazione interpersonale.
La definizione fatta in un clima di fraternità e di accompagnamento necessita tempo e tempi diversificati. Non risponde ad automatismi meccanici, ma soggiace alla dinamica della relazione che è un crescendo di piccoli spostamenti in avanti, piccole correzioni di rotta, piccoli cedimenti strutturali. Un continuo re-incominciare da entrambe le parti con infinita pazienza. Appunto: «Ci vuole tanta pazienza e poi ancora», recita un detto vernacolare del nostro profondo Piemonte. Forse non è male ricordare che il termine deriva dal verbo greco pathein – reso sostantivo poi con pathos. Che non significa trasporto emotivo, ma dolore. Il dolore che ci comporta l’uscire dall’agitazione – ovvero dal nostro modo organizzativo – per accogliere i tempi e i modi dell’altro.
Costruiti gli appoggi con la pazienza dell’attesa operosa, si possono creare le vere alleanze. Perché un’opera è espressione di alleanza. Altrimenti è a rischio paternalismo, buonismo, dirigismo, superiorità. Alleanze che mettono in gioco, poco alla volta, anche tutte le occasioni del fare, magari le stesse che avremmo immaginato nella nostra agitazione immediata. Ma che, per l’allora non avevano trovato risultati e che, per l’adesso possono trovare pienezza di compimento e di obiettivo.
L’ultimo passaggio è la trasformazione di fatto dell’opera in fiducia. Reciproca, s’intende. Perché frutto di un percorso di vero meticciato interpersonale, che ha portato il mio desiderio di fare e il tuo sconforto nel non riuscire a fare ad incontrarsi e a superarsi in una sintesi costruttiva. Lì saremo diversi entrambi, perché ogni opera di suo modifica i suoi attori, li fa crescere, consente loro di cambiare. Dunque, è azione educativa.
Così la relazione diventa chiave di volta per impostare le piccole azioni di prossimità come le grandi visioni di politica sociale. Nel segno della vicinanza – prossimità, direbbe la cultura cristiana –, della partecipazione, della responsabilità, della cura, della giustizia e della verità. Il nuovo cui la crisi ci sta stimolando passa molto di più attraverso il come che non attraverso il cosa. O, meglio: passa prima nel come per trovare un cosa diverso. Non autoreferenziale, ma sinergico. Che significa capace di unire le forze con il cemento della relazione.

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