Senza dimora: riconoscere dignità alle persone

scritto da Giovanni Perini il 1 June 2013 in 10 - Cerchiamo dimore and Opinioni e commenti con commenta

Ascoltare e osservare
Mi vengono subito in mente tre testi della Scrittura che possono fare da motivo di fondo e da filo conduttore delle nostre riflessioni.

Il primo lo troviamo nel libro dell’Esodo: è Dio stesso che applica il metodo dell’osservare e dell’ascoltare: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovraintendenti: conosco le sue sofferenze» (Es 3,7).

Il secondo è offerto da Isaia: «Non è forse questo il digiuno che voglio… Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto?» (Is 58,5ss).

Il terzo lo troviamo nel Nuovo Testamento: «Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me» (Mt 25,40).

Noi invece preferiamo creare tipologie, suddividere, classificare. Ogni lingua ha trovato un suo vocabolo (barboni, clochard, homeless, Dachloss, vagabundo…) per definire la situazione di persone raggruppate nella categoria di coloro che per qualsiasi motivo non hanno una casa o un luogo proprio dove almeno passare la notte. Altri li hanno chiamati gli “invisibili”, perché frequentano posti abbandonati e lontani da tutto: vecchie fabbriche in disuso, abitazioni pericolanti, ripari occasionali, sotto i “classici ponti”, dove ricostruiscono con cartoni o materiale leggero una specie di casetta, oppure si rifugiano di notte nelle stazioni, nei Pronto soccorso degli ospedali, sui marciapiedi sopra i soffioni dell’aria condizionata e quando il tempo è bello all’aperto, nei giardini pubblici o nei parchi.

Scelta di libertà? Insofferenza per i luoghi chiusi o per le regole della convivenza? Forse per una infima minoranza! Per lo più ci si trova davanti a vite spezzate e finite umanamente ancora prima che cronologicamente. La situazione del “senza dimora” è probabilmente, per molti, l’ultimo e l’infimo stadio di una discesa. Basterebbe cominciare a vederli e ad ascoltarli, per far cadere tutta una serie di credenze nei loro confronti. La stampa, le agenzie di informazioni e di ricerca sul territorio come l’ISTAT se ne sono occupati; ma sembra, tutto sommato, un discorso che non interessa, che non riguarda che pochi, che non è in grado di attirare l’attenzione. Anche Caritas e la Federazione italiana organismi per le persone senza fissa dimora hanno preso in considerazione e attivato servizi specifici per queste persone.

Il fenomeno è così sfuggente che non si sa neppure con precisione quanti siano: si stima tra i 50.000 e i 60.000 in Italia, circa3000 in Piemonte. Ma quanti altri, che non presentano i tratti stereotipati del così detto “barbone”, vivono in mezzo a noi a nostra insaputa! Volevamo l’America e l’abbiamo avuta: chi è solo e perde il lavoro dove va ad abitare? Chi, per vari motivi è escluso dalla propria famiglia, dove trova una abitazione?

Noi conosciamo molto bene la complessità della vita nella nostra società, moderna o postmoderna che sia. Si perde il lavoro, poi la casa, poi molte volte gli affetti familiari, poi la residenza, e di tutto ciò prendono il posto la depressione, la malattia, la solitudine, la perdita di considerazione per sé, la rabbia contro la società per arrivare molte volte al termine del percorso svuotati, senza futuro e senza attese, senza rapporti e senza punti di riferimento, esposti soprattutto, come ricordava Mons. Nozza, alla mancanza di tutela dei diritti civili, a partire dalla salute.

Per fortuna c’è anche chi questa realtà la vede e ha deciso di fare qualcosa. Sempre l’Istat ci dice che nel 2010 erano 727 gli enti e le organizzazione in 158 comuni che hanno erogato servizi alle persone senza dimora, servizi che spaziano in tutto il campo dei bisogni: cibo, vestiti, accoglienza notturna e/o diurna, accompagnamento, ecc.

Ma ancora ci ricordava Mons. Nozza che non ci si può fermare ai servizi. Essi sono degli strumenti, delle opportunità, non lo scopo degli interventi: «È necessario, pur accogliendo l’altro per ciò che è, non limitarsi ad assisterlo, ma offrire alla persona la responsabilità dell’intervento per il recupero delle proprie capacità vitali, relazionali, emotive e spirituali, riconoscendogli in ultima analisi, pienamente la dignità di persona».

Compito e meta molto ardua questa, sia perché la crisi perdurante, nonostante ogni tanto ci si blandisca (e inganni) con l’indicazione di un cambiamento che (sempre) l’anno prossimo modificherà la tendenza negativa, moltiplica tali situazioni di perdita totale, mentre nel contempo lo Stato si ritira sempre più dalla realtà e dai bisogni sociali, sia perché, come è convinzione della Caritas, non ci si può accontentare o fermare all’offerta di servizi, che rispondono all’immediato, ma non danno prospettive di fuoriuscita dal bisogno. È ancora Nozza che scrive: «Come Caritas non possiamo offrire cose in alternativa all’attenzione; il principale richiamo è proprio quello di prestare attenzione ad ogni volto e ad ogni storia».

 

Discernere e animare
Forse avremmo bisogno che la rabbia e non solo l’indignazione si impossessasse un po’ più di noi. Come si fa a rimanere tranquilli quando si vedono Stati (tra cui il nostro) e Organizzazioni internazionali negare e smentire vergognosamente e spudoratamente con i fatti quei principi direttivi e operativi che costituiscono l’identità civile e culturale delle nazioni? Se leggo: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in  spirito di fratellanza» (art. 1).

«Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione… » (art. 25).

Questi brani fanno parte della Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta con impegno da molti Stati tra cui quello italiano.

Ma c’è di più: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. (…) È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale (…) che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3). E poi si prosegue leggendo belle frasi come queste: «La Repubblicatutela, favorisce, garantisce…» che cosa?

Se un cittadino è inadempiente alla legge può essere perseguito, possibile che a nessuno sia mai venuta la voglia di denunciare lo Stato per inadempienza dei suoi doveri verso il cittadino?

Il rapporto tra Stato e cittadini è reciproco ed è una cosa seria, se si vuole restare in democrazia e i cittadini, direi ancor più se credenti, hanno il compito e il diritto della denuncia profetica, in nome di tutti quegli uomini e donne che vedono disattesi i loro diritti formalmente riconosciuti.

Da queste considerazioni nascono delle indicazioni. Delle piste di lavoro e di impegno. Il primo fra tutti è quello che riguarda le comunità cristiane, chiamate a recuperare la passione civile e sociale, in nome della propria fede. È ormai finito, così speriamo, il tempo in cui il cristiano cattolico era visto come inaffidabile per la società, come è finito il tempo in cui in virtù dell’attesa futura del Regno, si passava sopra con pazienza o indifferenza alle “cose di questo mondo”. Ora, e proprio in nome di quello stesso Regno che attendiamo, abbiamo mutato o ci accingiamo a mutare coscienza rispetto all’impegno a favore delle persone, a partire dalle ultime.

Una nuova coscienza quindi urge alle nostre comunità cristiane. La stessa coscienza che in questi anni ci ha fatto prendere le distanze da logiche e politiche di esclusione, individualismo, interessi personali trasportati in politica o nel sociale, come anche da impostazioni  economiche dominate  dal profitto a tutto campo (tra l’altro fortemente criticate dagli ultimi Vescovi di Roma) che portano in buona misura la responsabilità dell’impoverimento economico, culturale e civile di questi decenni.

Le Caritas per il loro compito di animazione delle comunità cristiane non possono sottrarsi all’impegno continuo, anche se frustrante, di ribadire con forza la necessità di una conversione concreta negli stili di vita, nelle scelte, nella cultura dell’essenziale e del sensato, nella politica dell’inclusione e del rispetto, nella costruzione di una convivenza civile che per il credente segna la nostalgia del mondo voluto da Dio.

Un secondo campo di azione e animazione delle Caritas può essere quello della loro diffusione capillare sul territorio. Al di là di ogni formalità e della stessa etichetta di “Caritas” già nel decennio scorso le comunità parrocchiali erano state invitate dai Vescovi (qualche dubbio che ci credessero davvero mi è rimasto) ad avere accanto alla casa della preghiera (chiesa) e alla casa della formazione cristiana (oratorio e catechesi) una casetta o un alloggio della carità dove fare accoglienza spicciola, concreta, visibile, per mostrare che non sono parole l’affermazione che la comunità cristiana è soggetto della carità e non può delegare a nessuno questa eminente testimonianza evangelica. Questo eviterebbe tra l’altro la necessità di dare risposte complesse, centralizzate, costose in termini sia economici che umani alle Caritas diocesane.

Mi chiedo se è proprio impossibile e impensabile che le nostre parrocchie e anche le case dei singoli cristiani, pur in modi non permanenti, diventino luogo di accoglienza, dove un piatto, un letto, un affetto, una persona con cui parlare si può sempre trovare. Sono convinto che questa prassi cambierebbe anche la qualità della vita cristiana delle comunità.

Risposte diversificate, in collaborazione tra le varie Caritas e le realtà associative impegnate nella carità e nel sociale e con le pubbliche amministrazioni, potrebbero non solo portare risposte efficaci a chi è nella necessità, ma indicare alla società intera la vera e unica (a mio parere) strada che apre a un futuro di speranza.

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