Unire per rigenerare un nuovo modello di crescita

scritto da Pierluigi Dovis il 17 March 2012 in 7 - E' stato sociale lo sarà ancora? and Opinioni e commenti con commenta

Fin dai tempi della scuola, la teoria secondo la quale ad una variazione della quantità corrisponderebbe un cambiamento della qualità non mi ha mai convinto appieno. Non me ne voglia Friedrich Engels (1820 – 1895) che la teorizzò in Dialettica della Natura verso la fine del XIX secolo come legge della natura, e tutti coloro che ne hanno condiviso le riflessioni. Non mi convince nemmeno se il riferimento non è più Madre Natura ma la situazione delle risorse disponibili in ambito di politiche di Welfare. L’era dei tagli, cui siamo in parte costretti e in parte indotti dalla presente crisi globale, pone una seria questione in merito alla qualità dello stare accanto alle persone. Ma sembra che lo faccia esclusivamente a partire dal capitolo economico. Parrebbe che la qualità dei servizi sociali sia direttamente proporzionale solo alle risorse a disposizione e che, all’aumentare di queste, si aumenterebbe ipso facto la qualità dei primi.

Un problema più culturale che monetario: quantità non è sinonimo di qualità
Ci siamo concentrati molto, negli ultimi mesi, sulle modalità per reperire ulteriori denari capaci almeno di colmare il gap tra quanto avevamo a disposizione un paio di anni fa e quanto abbiamo oggi. Così si è fatta la rincorsa alla razionalizzazione della spesa, allo scopo di recuperare risorse. Sono scattati i piani di rientro, ad esempio nel mondo della sanità pubblica, con una decina di regioni italiane costrette a severe cure dimagranti per ospedali e assistenza territoriale. Qualche ritocco di risparmio qui, qualcun altro di là, possibilmente senza uscire dalla voce di bilancio in cui ci si trova collocati. La Regione Piemonte, ad esempio, sta “spostando” sulla spesa sociale una cifra considerevole – seppur non sufficiente – tratta dai risparmi della sanità. Il Comune di Torino sta cercando alleanze strategiche ed economiche con il variegato e ancora ricco mondo delle fondazioni di origine bancaria. Le varie amministrazioni locali dichiarano di voler privilegiare la cosiddetta spesa sociale rispetto ad altre non ben definite aree di spesa più velleitarie. E tutto per mantenere la qualità degli interventi nello standard attuale. Mantenere, non incrementare, tantomeno ampliare e far crescere. Viviamo in un orizzonte omeostatico, conservativo, quasi protezionistico.
Un po’ come quell’uomo citato da una parabola evangelica che, destinatario insieme ad altri di una piccola somma di denaro – un soldo – si preoccupa solo di mantenerlo intatto per restituirlo, presumendo che il padrone si aspettasse di ritrovare il suo al rientro dal lungo viaggio. Ma come quell’uomo, severamente redarguito per l’ignavia delle sue scelte, così rischiamo di finire anche noi in questo tempo di crisi. Se c’è un periodo in servono investimenti, quello è il tempo delle “vacche magre”. Ce lo stanno insegnando alcune economie di Paesi a noi lontani o piccoli esempi imprenditori locali che hanno deciso di scommettere sull’unica strada che mi pare apra al futuro: giocare in attacco. Invece il ritornello è sempre il medesimo: non ci sono soldi da investire. Vale dire ritenere che l’ampliamento non può essere altrimenti che di carattere monetario. Esattamente come il vecchio Engels, anche qui la quantità determinerebbe modifica della qualità.

Servono scelte etiche e responsabili, non solo amministrative
Mi pare urgente uscire da questa vera trappola concettuale e operativa per guardare oltre, mettendo campo un pensiero laterale e generativo che recuperi il valore non solo materialistico della vita e della gestione del vivere civile aprendo alla ricerca e all’utilizzo di risorse “altre”. Un pensiero che deve avere anzitutto il coraggio di dire la verità. Ovvero che, seppur in presenza di crisi economica, non è tutto vero che manchino le risorse. Sono minori, certo, ma sono anche mal allocate, largamente sperequate, prive – o quasi – di una governance basata su una visione illuminata che ne consenta l’ordinamento a fini alti, condivisi, solidali, fraterni, corresponsabili. Se ne sta accorgendo anche l’opinione pubblica che, seppur in forme un po’ superficiali spesso qualunquistiche, mette all’indice i guadagni di ministri, funzionari pubblici, manager e professionisti apparsi come per incanto su ogni giornale del nostro Paese.
Sono risorse che necessitano, alle loro spalle, di scelte etiche di altro profilo di responsabilità e non di semplici artifici amministrativi. L’orizzonte non può che essere quello della costruzione del bene comune, in ottica di sinergicizzazione delle opportunità, accettando la fatica della contaminazione tra settori e tra budget di vari settori. Serve quel pensiero vero, che non ha paura di svelare il volto delle cose, che ci conduca ad ampliare il concetto stesso di “risorsa nel sociale” per cogliere le opportunità già presenti nel tessuto globale della società italiana. Si da crescita non solo immettendo più denaro e facilitando produzione e consumi, ma anche immettendo e collegando saperi, prassi, conquiste, orizzonti, guadagni di più soggetti. Più che aggiungere altra terra sopra il terreno ormai poco fecondo, serve porre mano all’aratro e rivoltare la terra, far emergere, far venire in superficie ciò che sta nella profondità dell’esperienza sociale ed imprenditoriale del nostro Paese. Il contadino ci assicura che la parte feconda è quella che sta sotto, quella che nell’inverno ha assorbito la benedizione della neve che lentamente si squaglia diventando nutrimento che imbibisce e permane. Una emersione – i latini preferirebbero il verbo ex vertere, ribaltare – che ha anche il carattere di mescolare le zolle, appunto di contaminarle le une nelle altre, di fonderle senza confonderle. Questa è terra santa, luogo della promessa perché formata dal poco di tutti, che diventa il necessario per tutti. Emersione non per delegare ai corpi intermedi quanto viene sottratto al dovere di giustizia e che è sancito nello scrigno dei diritti. Ma per moltiplicare collegando.
Non si pensi che si tratti di un meccanismo di compensazione che ai fondi economici sostituisce quelli “in natura”. È semplicemente un nuovo modello di prendersi cura della crescita della società che punta ad unire per rigenerare, così come è il farsi stesso della vita. Chi si unisce non si annulla, chi nasce è novità, freschezza, possibilità, futuro.
Declinate insieme queste due prospettive – la verità delle risorse economiche e la fatica dell’aratura rigenerante – mi pare diano l’unica prospettiva seria capace di donare qualità agli anni a venire. Il cambio della qualità non si ottiene fermandosi all’aumento delle quantità, ma lavorando pazientemente per scendere in profondità e far volgere all’alto quanto è più vicino al cuore della vita della società. Ma anche ciò che è più vicino al cuore della comunità dei disce

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