Volontariato: il metodo Caritas

scritto da Redazione il 15 April 2011 in 3 - Quale volontariato? and Opinioni e commenti con commenta

PeriniLa Caritas Diocesana ha organizzato, nell’inverno appena trascorso, tre incontri rivolti agli Operatori di Carità pensati come un’occasione formativa offerta a tutti gli operatori non direttamente coinvolti dal piano di azione Caritas 2010-2011. I tre momenti sono stati programmati in assemblee specialistiche, per affrontare in modo riflessivo lo stesso tema di fondo inerente il “come” porsi in modo costruttivo all’interno della situazione sociale resa difficile dalla crisi degli ultimi due anni.
Le tre assemblee si sono svolte  presso la Parrocchia Gesù Operaio di Torino e hanno avuto come relatori: don Giovanni Perini, teologo e direttore della Caritas diocesana di Biella; Claudio Mezzavilla, direttore della Caritas diocesana di Cuneo;  Giancarlo Caselli, procuratore capo della Repubblica di Torino (gli interventi di don Perini e di Caselli sono scaricabili  in versione integrale, sia audio che video, dal sito www.caritas.torino.it).
Il 6 novembre 2010, al teologo don Giovanni Perini abbiamo chiesto: in questa situazione di ampliamento della vulnerabilità come mantenere alta la motivazione evangelica del nostro servizio?
Di seguito una riduzione del suo intervento che vi presentiamo in una veste che faciliti la ricomprensione del contenuto dentro il Metodo Caritas.

Ascoltare: abbiamo bisogno di vino nuovo in otri nuovi
Ci sono delle parole del Vangelo di una grandissima attualità oggi, sono le seguenti:
«Il vino nuovo non può stare dentro gli otri vecchi, perchè altrimenti questi si spaccano e il vino va perduto». Noi siamo in una situazione di questo tipo: abbiamo o siamo degli otri vecchi, non per via dell’età ma per il fatto che abbiamo una formazione, una mentalità e una cultura che fanno fatica a incontrare le tematiche e le problematiche degli uomini del nostro tempo. Questa fatica si traduce sovente in prese di distanza, in forme di condanna, in atteggiamenti negativi rispetto a ciò che è la nostra storia. Veniamo, insomma, da una concezione e da una interpretazione del Vangelo vecchie. Vecchie perché non riescono a far fare quel salto di qualità di cui tutti sentiamo il bisogno.
Uno degli aspetti più urgenti della Chiesa e delle comunità cristiane è di pensare in modo nuovo a partire da punti di vista nuovi che ci permettano di dare sulla realtà nuovi sguardi e nuove soluzioni. L’imperativo è di imparare a reinterpretare ciò che stiamo vivendo. Nessuno oggi è in grado di leggere con chiarezza i segni. Siamo in una condizione in cui l’orizzonte o la mappa vanno ricostruiti con creatività per ridarci il senso di un percorso. Per fare questo la storia della Chiesa ci insegna che bisogna tornare alle origini.
Oggi è necessario ricreare l’orizzonte per darci una direzione di marcia, o meglio per tentare una direzione di marcia. Siccome non possiamo fermarci a metà, l’unica strada possibile è rileggere il nostro inizio e le nostre radici: tornare al Vangelo per interrogarlo e interpretarlo in una modalità nuova, cioè con i problemi che oggi urgono.
È necessario anche per un altro motivo tornare al Vangelo, perchè dobbiamo prendere atto di un’insuccesso del cristianesimo soprattutto nel suo livello sociale, nel livello di trasformazione delle coscienze, che diventa poi trasformazione di convivenza.
Ciò che molte volte la Chiesa e il magistero denunciano come vizio del nostro tempo, ossia l’individualismo e l’egoismo, sono la stessa cultura che è entrata nella Chiesa. E allora abbiamo il bisogno di tornare a quelle radici che ci permettano di fare il salto rispetto a questa situazione di isolamento, di separazione, di incapacità di relazione e di rifiuto dell’altro. Situazioni che caratterizzano non solo la cultura, ma anche le comunità cristiane.
Allora dobbiamo provare a tornare al principio Gesù Cristo.

Osservare: il Vangelo non ci stupisce più
Il Vangelo non ci stupisce più, il Vangelo non ci fa saltare sulle sedie: possiamo leggere brani di Vangelo tra i più terribili e mantenere un’impassibiltà totale. Significa che quelle parole ci scivolano sopra senza riuscire a incidere dentro le nostre coscienze.
Il nostro Cristianesimo è diventato un Cristianesimo dell’individuo, tanto che i punti su cui si ritorna sempre sono quelli della morale personale, sessuale ecc.; ma non si parla di convivenza, di relazione e di altro. Questi ultimi valori sono la base dei precedenti e non viceversa.
Questo aspetto ci viene a mancare e ci dice che il Cristianesimo ha un po’ fallito, perchè si è ristretto, ridotto ed è stato letto in maniera troppo intimistica, troppo personalistica, individualistica.
Come se tutto si risolvesse nel mio rapporto con Dio: il mio racchiude, esauriscetutto il rapporto che ho con Dio.
Il principio cristologico significa che il punto di inizio e il punto di confronto non può essere un altro: la nostra coscienza deve avere come punto di riferimento Gesù Cristo e il Vangelo.
Ora la coscienza non è più il luogo della responsabilità e della decisione, ma è diventata esclusivamente il luogo dell’applicazione della norma. Noi siamo, come dire, obbedienti; noi seguiamo la coscienza quando obbedisce a delle norme che dall’esterno ci vengono date.
Non è più la coscienza che struttura la persona e che la pone di fronte alla responsabilità di scelte, ciò che manca è riportare la coscienza al posto che le compete: l’assunzione di responsabilità.

Discernere: Il principio Cristologico
Il principio cristologico lo coniugo sotto tre aspetti del Vangelo.
Il primo è quello di perdere la vita o di dare la vita, che dobbiamo rileggere dentro le nostre situazioni: cosa vuol dire oggi perdere o dare la vita? Cosa vuol dire mettere a disposizione la vita nei contesti e nelle situazioni nelle quali noi ci troviamo? Questo principio definisce l’essenza di Gesù, perchè definisce la sua realtà, la sua persona come dono fatto e che non torna indietro, senza rimpianto e che dura nel tempo fino all’eternità, perchè noi lo ricordiamo da sempre e per sempre come pane spezzato e vino versato.
Il problema è come noi possiamo diventare un dono, mettere la nostra vita a disposizione gratuitamente. Una delle possibilità di tradurre tutto ciò è introdurre una cultura diversa e una lettura della nostra realtà umana, sociale, economica, finanziaria, politica a partire da altri presupposti. Siccome la cultura è come l’aria: il più delle volte noi siamo del tutto inconsapevoli della cultura di cui siamo portatori come siamo inconsapevoli dell’aria che respiriamo. L’unico modo per diventare consapevoli è che ci manchi l’aria e chiuderci il naso, altrimenti non ce ne accorgiamo. La stessa cosa avviene della cultura: la comunità cristiana dovrebbe innanzitutto fermarsi un attimo e chiedersi in che cultura vive e quale rapporto di contrasto o di vicinanza ci sia con il principio cristologico del dare la vita.
Qui c’è una contraddizione radicale: la cultura che noi abbiamo, che respiriamo, che portiamo dentro inconsapevolmente, non è quella del dare la vita, ma del prendere la vita.
Non è quella del gratuito, ma del caro, del costoso, del pagamento, del riuscire, dell’avere successo e del raggiungere i primi posti al di fuori di ogni valutazione etico-morale o di altro tipo. Allora abbiamo bisogno di sederci intorno a un tavolo e di valutare, a partire dalle azioni, come noi stessi e le nostre comunità possiamo inserirci in una cultura del dono, del dare la vita.
Il secondo principio Cristologico è la Croce, il modo in cui Cristo ha perso la vita. È Gesù stesso che dice ai discepoli: se non prendete o portate la Croce tutti i giorni non potrete essere miei discepoli.
Ma come viene interpretata la Croce normalmente? Viene legata a una forma di sofferenza: la Croce è la sofferenza che ognuno di noi incontra nella vita e quindi la malattia, la disgrazia ecc. Non è esattamente questa la Croce Cristiana: la morte e la sofferenza non toccano solo i Cristiani, ma tutti gli uomini, anche i musulmani, gli induisti, gli atei. Non è quella la Croce di Cristo, allora perchè è morto?
Cristo è morto sulla Croce perchè ha così tanto provocato gli uomini e le autorità e i potenti del suo tempo, da deciderne la morte. Gesù Cristo è morto, innanzitutto, per quello che ha detto e fatto. La prima causa della sua morte è esattamente la sua vita.
Perchè? Perchè ha rovesciato tutti i valori della convivenza umana. Gesù Cristo ha cambiato tutte le carte in tavola della sua società, che era fondamentalmente costruita sulla separazione. Sostituisce il principio della separazione con quello della Comunione, tanto che va a mangiare con i peccatori.
Non si può non accettare, non si può non reagire a chi sovverte le basi fondamentali su cui è fondata.
Se valgono i bambini, le donne, gli emarginati, lo straniero, tanto quanto l’ebreo e l’israelita, allora si comincia a scuotere la realtà.
Il principio della Comunione con l’altro diventa l’opposto della separazione, che prevedeva chi è un buon ebreo: un buon credente che si rispetti deve evitare certe persone, certi luoghi, certi cibi e deve fare digiuni. Il buon ebreo è identificato in queste situazioni. La divisione corre in mezzo al popolo di Dio: da una parte ci sono i giusti, e dall’altra i peccatori. Gesù rovescia, scombussola; come dirà San Paolo nella Lettera agli Efesini “abbatte il muro di separazione che c’era tra l’uno e l’altro”.
Un tema per noi tra i più importanti è quello dello straniero. Se andiamo a leggere le posizioni di Gesù nei confronti dello straniero e poi andiamo a confrontarci, con vergogna e con rossore, su quanto si fa e si dice rispetto agli stranieri all’interno delle nostre comunità.
Il terzo principio Cristologico è ama l’altro come te stesso, che in Giovanni si completa nel dire che l’amore dell’altro è la prova dell’amore di Dio.
L’amore per l’altro era sempre vissuto e rappresentato a partire dal sè. L’amore per l’altro aveva una finalità in se stesso, era più il sintomo e l’espressione della mia bontà d’animo e non il segno di una relazione che ha come punto di riferimento l’altro.
Noi dovremmo imparare a vedere l’altro come costitutivo di noi stessi, perchè non possiamo esistere senza di esso. Questo lo dice la Bibbia, quando Dio, nel secondo racconto di creazione, dopo aver creato Adamo lo sente lamentarsi e piangere e allora Dio “Creò l’uomo, maschio e femmina lo creò” (anche se la traduzione sovente dice “li creò”, perché si trova a pensare che all’inizio ci fosse un uomo che era insieme uomo e donna). Il fatto è che l’uomo non può che essere concepito in relazione con l’altro. È solo metà dell’essere umano e se non si mette in relazione è dimezzato. L’altro ci è fondamentale.
Non siamo nati da soli, ma dentro il ventre di un altro: senza l’altro noi non esisteremmo, non ci saremmo, non potremmo vivere. Cresciamo e maturiamo in una relazione dove l’altro è parte di me, mi fa da specchio, perchè io mi vedo e mi riconosco. Questa lettura non ha nulla a che fare con i miei buoni sentimenti, ma mi induce a un riconoscimento oggettivo. Conta il fatto che l’altro diventa la mia stessa possibilità di esistere, io non posso esistere senza l’altro.[/column]

Animare: tre punti di partenza che costituiscono l’essenza del Cristo
Tutto ciò porta ad altri principi, per analogia con il principio Cristologico: sono punti di partenza per noi irrinunciabili, perchè costituiscono l’essenza e il senso di Gesù Cristo.
Il primo è che noi non possiamo che concepirci e leggerci in relazione. La relazione ci costituisce e qualunque relazione che rifiutiamo è un dimezzamento di noi stessi, un attentato alla nostra umanità, una infecondità della nostra persona. Meno siamo in relazione, più siamo infecondi, incapaci di generare qualche cosa di buono, positivo e costruttivo; soprattutto a livello cristiano siamo incapaci di generare comunità. La relazione mi è costitutiva: anche la più semplice, mentre il rifiuto della relazione mi disumanizza.
Un secondo principio che va recuperato è appunto quello della coscienza che diventa etica della responsabilità. Anche quando siamo di fronte a situazioni che ci superano di gran lunga, a problemi enormi, molto più grandi di noi, che potrebbero indurci alla sensazione di impotenza: che ci possiamo fare noi rispetto alla fame nel mondo, rispetto alla giustizia, rispetto alla corruzione dilagante, cosa ci possiamo fare?
Anche quando ci troviamo quindi di fronte a situazioni che hanno una dimensione che va oltre le nostre forze, continuiamo ad avere una possibile etica di responsabilità, se non altro piccola, che comincia da noi e da ciò che sta intorno a noi. Abbiamo dimenticato che l’opinione ha una grande forza, ma se noi non diventiamo capaci di sognare quell’orizzonte, costruire e sognare quell’orizzonte comune, non saremmo mai capaci di fare opinione, che abbia peso. All’interno di una società e di una comunità, il fatto che più persone condividano una visione, un sogno, una prospettiva contagia gli altri e alla fine può diventare capace di modificare delle situazioni. È quindi fondamentale riassumere l’etica della responsabilità, che, come ci ricordano alcuni filosofi, è poi il dare risposta. La risposta è l’esatto contrario, non parliamo di risposte esaustive, definitive, onnipotenti; ma la risposta è il rifiuto di voltarmi dall’altra parte, di far finta di niente. In sostanza la risposta come comprensione è che non si possono chiudere gli occhi pensando così che il problema si risolva da solo.
Un terzo principio è la distinzione tra il fare e l’agire. Noi facciamo molto, siamo molto impegnati come uomini e donne che operano nella carità, a livello di iniziative, di attività. Il fare, tuttavia, non corrisponde con l’agire: il fare è diretto alla manualità, alle cose, mentre l’agire è progettuale. L’agire presuppone un’idea, un pensiero, un punto di arrivo, una meta.
Con il mio agire, dove voglio arrivare? Cosa desidero tentare di trasformare? L’agire non è fine a se stesso, ma si pone sempre come un punto di arrivo che poi, ovviamente, va valutato, verificato o corretto.
La sfida di oggi è proprio questa: pensare l’agire, dare all’agire una finalità. Molte volte la carità mantiene il problema. L’agire nella carità pone innanzitutto la prospettiva della soluzione e della risoluzione, e in questo senso è importante parlare di generatività. L’agire dev’essere generativo, come è stato quello di Gesù: il miracolo era di rimettere le persone in piedi, di rimandarle alla loro libertà, responsabilità ed autonomia. Non c’era bisogno che lo seguissero, che diventassero discepoli, bastava che tornassero a casa loro e riprendessero la loro vita con consapevolezza. La nostra carità ha bisogno proprio di questo: di ridarsi un agire finalizzato per affrontare la sfida di rimettere le persone in piedi.

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