Il reddito di inclusione sociale per un nuovo stile di convivenza comune

scritto da Giovanni Perini il 23 January 2014 in 11 - Miraggio reddito minimo and Opinioni e commenti con commenta

Ascoltare e osservare

Le statistiche parlano chiaro: oltre il 12% di persone senza lavoro e oltre il 40% di giovani senza impiego. Storie di singoli e famiglie che si rivolgono ai nostri Centri di ascolto per chiedere lavoro sono ormai dolorose esperienze quotidiane, a cui singolarmente ogni Caritas non riesce a dare risposta. La stessa cosa dobbiamo dire della richiesta di cibo che cresce continuamente e segnala un drammatico calo delle risorse delle famiglie. Il problema ha assunto delle dimensioni che vanno al di là della buona volontà, delle possibilità, delle risorse, ma anche dei compiti della Chiesa che forse per troppo tempo ha fatto silenzio su queste questioni di vitale importanza, occupata a difendere altre questioni morali. Non è qui il caso di cercare le responsabilità o le omertà, ma è certo il caso di parlare a voce alta e di far sentire ai politici e agli amministratori la sofferenza della gente. Il perdurare della mancanza di lavoro e quindi di reddito ha provocato il fenomeno della povertà assoluta, cioè di quello stato di indigenza totale o quasi che non permette più alle persone di soddisfare i bisogni primari e vedere riconosciuti i diritti fondamentali.

Nel 2012, secondo il documento La povertà in Italia dell’Istat (2013), 1 milione e 725 mila famiglie (il 6,8% delle famiglie residenti) risultano in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni e 814 mila individui (l’8% dell’intera popolazione). L’incidenza, tra le famiglie, ha mostrato un aumento, rispetto al 2011, di ben 1,6 punti percentuali a livello nazionale, di 1,8 nel Nord e nel Mezzogiorno e di 1 punto percentuale nel Centro; le variazioni tra gli individui sono ancora più accentuate, a seguito del marcato incremento della povertà assoluta. Davanti a questa situazione, che senza efficaci interventi rischia di deteriorare ulteriormente come mostrano i numeri relativi alla povertà saliti del 70% nell’arco di 7 anni, Acli e Caritas propongono di «siglare un Patto Aperto contro la Povertà a tutti i soggetti sociali interessati alla lotta per estirpare questo flagello in Italia. Si tratta, dunque, di unire le forze e percorrere insieme un cammino finalizzato a promuovere l’introduzione del Reddito d’inclusione sociale (Reis) nel nostro Paese. Inoltre, se – come ci auguriamo – il Reis diventerà realtà, gli aderenti al Patto si impegneranno ad assicurarne la migliore attuazione possibile».

Il Reis consiste nel completare o, in caso di totale mancanza di reddito, offrire un minimo vitale per evitare la povertà assoluta e arginare possibilmente quella relativa.

Senza una riforma strutturale, che riguarda quindi la responsabilità dei politici, anche la Caritas, contro il suo stesso Statuto e la sua identità, deve sbilanciarsi molto su una forma di assistenza che da sempre si è voluto superare in favore di una crescita e una autonomia delle persone. C’è poi anche da considerare che mai come in queste situazioni il rapporto tra la carità e la giustizia è stretto e inseparabile e noi, per ricordare Paolo VI, rischiamo di dare per carità ciò che è dovuto per giustizia, ciò che attiene alla sfera dei diritti riconosciuti e sanciti, ma divenuti del tutto inefficaci. Il perdurare della crisi rischia di produrre assuefazione al disagio, perfino al proprio, se è vero che molti hanno dichiarato una resa incondizionata alla ricerca del lavoro e la maggior parte di noi vive l’impossibilità di pensare al futuro, dei giovani soprattutto, con un minimo di speranza.

Discernere e animare

È arrivato il momento in cui, come credenti e come operatori Caritas, siamo chiamati a fare due cose: suonare la sveglia a quelle comunità e a quei cittadini che non si fossero ancora accorti del serpeggiare del disagio, del malcontento, della rabbia o della depressione, dei suicidi e dell’apatia in cui molti trovano una risposta drammatica ai loro problemi e, in secondo luogo, diventare annunciatori di speranza,proprio nel momento in cui essa viene meno.

Infatti la crisi ha anche, nascosta, la possibilità, quando è affrontata senza rassegnazione, di abbozzare e mettere alla prova modelli nuovi di società. Da essa infatti si può uscire a piccoli passi, ma con la determinazione di cambiare impostazione sociale e gli stili della convivenza comune: la proposta di Acli e Caritas ne è un esempio chiaro.

Non è la prima volta che nella storia di molti Paesi e nazioni ci si trova nella necessità di ricominciare da capo, di rovesciare l’impostazione della convivenza mettendo al centro le persone e le famiglie in maggiori difficoltà.

Tanto per ricordare la nostra tradizione ebraicocristiana troviamo già nella Bibbia, oltre 2500 anni fa, misure e interventi di protezione umanitaria per mettere un limite alla soglia di povertà, che non può essere impunemente oltrepassata senza la disgregazione e il crescere delle tensioni dentro una società. Mi riferisco a quelle misure di garanzia per poveri, donne sole, bambini, braccianti, stranieri che troviamo nelle norme sociali, riportate nel libro del Levitico (cap. 19) e riprese nel libro del Deuteronomio (cap. 24):

«24:14 Non defrauderai il salariato povero e bisognoso, sia egli uno dei tuoi fratelli o uno dei forestieri che stanno nel tuo paese, nelle tue città; 24:17 Non lederai il diritto dello straniero e dell’orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova, 24:18 ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore tuo Dio; perciò ti comando di fare questa cosa.

24:19 Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani.

24:20 Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l’orfano e per la vedova.

24:21 Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova.

24:22 Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto; perciò ti comando di fare questa cosa.

24:15 Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato».

Forse è il momento di recuperare la consapevolezza che non possiamo lasciare ad altri il compito di decidere della qualità umana della nostra vita. Dobbiamo scrollarci di dosso anni e anni di tensioni, contrapposizioni, menzogne, mezze verità, promesse non mantenute, responsabilità evitate e soprattutto l’illusione troppo pericolosa, oltre che inutile, che i problemi che ci riguardano si risolvano senza di noi, senza il nostro contributo, senza una opinione pubblica forte che chiede giustizia, perequazione dei beni e delle retribuzioni, eliminazione dei privilegi, coraggio dell’onestà.

È ora di renderci conto dell’inganno del modello del consumo che ci ha mostrato la felicità e la realizzazione di noi stessi nell’accumulo delle cose o nella scelta delle più costose, credendo che una firma posta sul sedere dei nostri jeans ci desse più fascino, ci rendesse più interessanti agli occhi degli altri e ci realizzasse come persone.

È tempo anche di riscoprire quello che davvero ci fa bene, come le buone relazioni parentali e vicinali, la semplicità dell’esistenza, le azioni e le impostazioni virtuose negli svariati ambiti che toccano la nostra vita: dalla organizzazione di un’azienda e del lavoro, al ritorno alla terra, ai consumi senza spreco e a tutte le altre positività che in questi ultimi tempi abbiamo conosciuto.

È anche l’occasione di capire che gli egoismi personali e di Stato, la chiusura nelle nostre pur reali difficoltà, il pregiudizio che altri possano portarci via quel poco che ci è rimasto, il rifiuto di accogliere e condividere con chi fugge da crisi ben peggiori e violente delle nostre, non solo non risolvono i nostri problemi, ma ne creano di maggiori a noi e agli altri, ci rendono indifferenti e ci fanno perdere il senso fortemente umanizzante della solidarietà.

Abbiamo l’opportunità di far crescere in noi il desiderio di una svolta, di un cambio, di un progetto a cui collaborare per sentirci vivi, protagonisti e non vittime di questo momento della storia. La speranza è una virtù che nasce dalle macerie dei sogni infranti, dalla decisione di darci ancora un futuro, dalla necessità di non buttare via le fatiche e le sofferenze di tanti che in questi anni hanno tribolato, sono passati attraverso l’umiliazione della perdita del lavoro e la fatica di reinventarsi tutti i giorni per non calpestare la dignità di se stessi.

Forse è urgente stringere le fila, creare appunto dei patti e delle alleanze, darci una mano, mettere in campo le nostre piccole o grandi capacità, diventare propositivi, superare le barriere culturali e sociali, dare e darci la prova di una solidarietà impregnata di gratuità, perché solo insieme si esce da queste situazioni e solo sognando altro da quello che esiste si mettono le basi del nuovo.

Vengono in mente le parole che i Vescovi italiani hanno scritto quasi profeticamente nel 1981: «Con gli “ultimi” e con gli emarginati, potremo tutti recuperare gli idoli che ci siamo costruiti: denaro, potere, consumo, spreco, tendenza a vivere al di sopra delle nostre possibilità. Riscopriremo poi i valori del bene comune: della tolleranza, della solidarietà, della giustizia sociale, della corresponsabilità. Ritroveremo fiducia nel progettare insieme il domani, sulla linea di una pacifica convivenza interna e di una aperta cooperazione in Europa e nel mondo. E avremo la forza di affrontare i sacrifici necessari, con un nuovo gusto di vivere.

La crisi in corso non si risolverà a brevi scadenze, non possiamo attendere soluzioni miracolistiche. Conosceremo ancora per molto tempo le contraddizioni di carattere socio-economico, le minacce della violenza e del terrorismo, la precarietà delle strutture pubbliche, la fatica di costruire l’Europa, i rischi per la pace internazionale, il dramma della fame nel mondo. Dovremo pertanto imparare a vivere nella crisi con lucidità e con coraggio, non per adagiarci rassegnati nella situazione, ma per disporci tutti a pagare di persona. Questa prevedibile fatica ha bisogno di forte vigore morale. Il consumismo ha fiaccato tutti. Ha aperto spazi sempre più vasti a comportamenti morali ispirati solo al benessere, al piacere, al tornaconto degli interessi economici o di parte. Lo smarrimento prodotto da simile costume di vita pesa particolarmente sui giovani, intacca il ruolo della famiglia e indebolisce il senso della corresponsabilità, tre dei cardini portanti di un sicuro tessuto sociale. Si tratta oggi di andare con decisione controcorrente e di porre sui valori morali le premesse premesse di una organica cultura di vita. Se tale decisione sarà forte e ci troverà uniti, batteremo ogni logica di distruzione e di morte, e non solo per ciò che riguarda il nostro Paese. Non su una ingannevole e iniqua corsa agli armamenti accetteremo di porre le basi della cooperazione internazionale, ma sul diritto di tutti gli uomini e di tutti i popoli, particolarmente di coloro che sono schiavi della fame, delle malattie, dello sfruttamento e della paura, a esistere, a decidere, a lavorare e a vivere con noi».

Non lasciamoci rubare il futuro!

Non lasciamoci rubare la speranza!

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